INTERVISTA: DUST – DANIELA FABOZZI

DUST

Un’interessante nonché piacevolissima chiacchierata con la voce dei Dust Andrea D’Addato ci ha illuminato d’immenso sul loro nuovo album On The Go e sui Dust stessi.


 

 

  • Una presentazione dei Dust in poche battute.

Siamo una band che suona prevalentemente indie-rock/indie-pop dal 2009, quando Andrea Giambelli ha fatto il suo ingresso alla chitarra e ha preso parte alla composizione della maggior parte delle musiche insieme a me. L’avventura musicale vera e propria è cominciata all’inizio del 2012 con la pubblicazione di Kind che è il nostro primo EP.

 

  • Già dal primo ascolto di On The Go si percepisce che il sound è ben studiato e quindi ben riuscito. Quanto tempo avete lavorato ad arrangiamenti, missaggio e registrazione?

Complessivamente circa un anno e mezzo. Tutto è partito dalla creazione del primo brano (Millennium) che abbiamo scritto quando eravamo in tour con Kind nel 2012/2013. Da qui c’è stata una svolta importante per noi perché le tonalità hanno cominciato a farsi meno rock’n’roll e più smussate rispetto a Kind.

 

•   Qual è lo spirito che alimenta On The Go?

A differenza di Kind siamo partiti forse da un’idea della nostra musica ancora più precisa da un punto di vista estetico: Kind era un po’ più chitarristico e si puntava molto ad esaltare il tiro delle canzoni con l’arrangiamento invece con On the go abbiamo provato ad alzare un po’ di più l’asticella cercando di raccontare l’immaginario attraverso il nostro suono. Le sonorità sono un po’ più oscure che in passato, le chitarre meno ‘Wall of sound’ e più morbide spesso dialogano con tastiere e synth abbastanza ricorrenti per dare una patina quasi spettrale al disco. Il tutto è in linea con i testi che sono abbastanza ambigui probabilmente anche per la forte tensione ritmica. La batteria infatti è un po’ più asciutta e il basso ha una grande importanza, sempre presente e dalla pulsazione continua che lascia trasparire un po’ del nostro amore per la new wave.

 

  • Tre aggettivi con cui definite il disco

Scuro, intimo e ambiguo.

 

  • Dietro le quinte dell’album: dai testi traspare la presenza ricorrente di due personaggi che si incontrano in circostanze differenti. Com’è nata la loro storia?

Sinceramente non saprei dirtelo nemmeno io nel senso che scrivendo i testi non partiamo mai da una situazione ben precisa. Spesso la situazione che si riflette dentro ai testi nasce di getto, in realtà poi sono le parole e il modo in cui le parole vengono utilizzate a subire un continuo rimaneggiamento per adattarsi al suono della musica. Attraverso questa modalità abbiamo poi trovato il filo conduttore di questi due personaggi che parlano attraverso un Io narrante rivolgendosi a quello che potrebbe essere un amante, un fratello o un parente (questo resta sempre un po’ irrisolto per mantenere un senso di mistero) e che danno l’idea di una ricerca di intimità e complicità.

 

  • La musica e i bit: un’incredibile occasione o la morte del rock?

Io sinceramente credo che, come tutte le cose, se usato con coscienza e parsimonia può essere anche piuttosto interessante, dipende sempre da che cosa si vuole comunicare. Noi in realtà ne facciamo poco uso anche se effettivamente qualche spruzzatina di elettronica qua e là nel disco (veramente molto molto dosata) c’è. Il synth è ricorrente e dà l’idea di un qualcosa di personalizzante e quasi spettrale che aleggia intorno al disco. Ci piace comunque pensare che l’elettronica possa essere intesa così: se c’è l’idea di sfruttare un certo tipo di soluzione con una finalità comunicativa precisa allora ben venga. L’importante è non perdere la bussola…


 

Qui potete invece guardare il nuovo videoclip di Cinema Pt.1 e farvi portare direttamente per le strade di New York.

 

a cura di Daniela Fabozzi

Advertisements