Intervista: Cosimo Erario – Eugenio Mirti

ceQualche giorno fa ho recensito “The Diamond Quarter”, il nuovo disco di Cosimo Erario, chitarrista italiano residente a Colonia. Abbiamo parlato del suo nuovo lavoro.

Una presentazione di Cosimo Erario in 150 battute spazi compresi! 


sono un musicista italiano ma vivo a Colonia; un chitarrista jazz che non può fare a meno del rock; un cantautore che non può fare a meno della sua chitarra; scrivo musica perchè è la cosa più spontanea che possa fare; amo l’arte intesa come energia, espressività, comunicazione; amo il jazz perchè è probabilmente il genere armonicamente più democratico del pianeta; mi piace cucinare ma ammetto di essere ripetitivo; ho una grande passione per i vini; sono perdutamente affascinato dalla forza ispiratrice e dalla grandezza del mare; avrei voluto fare il tennista o il dottore ma la chitarra (per mia fortuna) non mi ha lasciato andare…troppo possessiva, gelosa!


Quanto tempo hai lavorato a composizioni arrangiamenti e registrazione?


La maggior parte delle composizioni sono state scritte nel corso degli ultimi due anni, ma ci sono brani che ho composto addirittura all’inizio degli anni 90, come “Peace” o altri scritti nel 2009 come “Severins Days”. Ho selezionato i brani che in un qualche modo mi accompagnano da sempre e quelli che sentivo più adatti ad una esecuzione per chitarra acustica tralasciando quelli scritti per trio o quartetto. Gli arrangiamenti sono intrinsechi nei brani. Durante le registrazioni, però, sono sempre tentato da nuove idee e così magari cambio l’intro, alcune  parti centrali, i finali di alcuni brani o l’accordatura. L’album è stato registrato, missato e masterizzato in due mesi circa a Colonia nel mio recording studio (M32 Parkstudio).Sul missaggio ho lavorato più del previsto perché volevo dare al suono una profondità particolare con i riverberi. Dopo diversi tentativi (circa tre settimane) sono riuscito ad avvicinarmi al suono che avevo in testa.


Quale vuole essere il senso dell’album?


…il Grammy Awardscherzo naturalmente;

Non ho realizzato il cd pensando alle classifiche. È un album concepito con l’intenzione di arrivare all’ascoltatore direttamente senza trucchi, effetti speciali, overdubs; io e la mia chitarra. Trasmettere energie positive. Probabilmente la cosa più onesta che un musicista possa realizzare. Alla base c’era anche l’esigenza di evidenziare l’aspetto compositivo e chitarristico ma anche di voler comunicare quello che avevo dentro infrangendo le barriere della comunicazione verbale. Un progetto strumentale, appunto, che abbracciasse l’intera umanità…almeno a livello sonoro.
Ho voluto selezionare e presentare alcuni dei miei brani strumentali che quasi timidamente si nascondono tra le partiture ad aspettare non si sa cosa. E invece alla fine sono frammenti della mia vita, piccoli diamanti che per me uomo, musicista hanno un valore infinito, per non parlare poi del lavoro che c’è dietro, dalla composizione alla registrazione. Da qui anche il titolo dell’album “The Diamond Quarter”.

 Il tono generale del disco è suggestivo, sorta di mini racconti in musica. Concordi?


Si concordo, i brani sono istantanee della mia esistenza. Immagini quotidiane, la vita privata, i viaggi, gli incontri ed altro e che in un qualche modo riemergono attraverso il mio strumento in una sorta di stato meditativo. Si, sono racconti, maxi miniature, episodi comunicanti tra di loro, emozioni autentiche. Ho evitato di improvvisare sulle strutture dei brani per non ricadere sugli overdubs e far diventare il tutto un altro album, un altro concetto. Sono brani che ho composto anche nelle situazioni e luoghi più disparati a volte con chitarre di percorso trovate li per caso.  Molto autobiografico direi.

 

Definisci il disco con tre aggettivi


Tre aggettivi che iniziano per A:

Accattivante; Appassionato; Atemporale;


La musica e i bit: un’incredibile occasione o la morte della musica?


Si potrebbe discutere per giorni sull’argomento. Io appartengo alla generazione del vinile, della musicassetta e del cd. Personalmente sono ancora molto attaccato al cd. Con la mia etichetta EGP records stampiamo sempre su cd. È ancora l’ultimo medium fisico che ti da la sensazione di possedere l’opera musicale dell’artista esattamente come un libro. Facili da vendere durante i concerti. Dopodichè si passa al digitale e tutto svanisce. Scompare il contatto fisico con l’involucro, il booklet, tutto diventa più anonimo, superveloce, non si assapora la differenza tra un artista ed un altro. A volte non si conosce ne l’artista, ne il titolo del brano. È tutto molto più vago. La mente ha bisogno del codice visivo, soprattutto in ambito musicale. La figura della rockstar sta scomparendo per lasciar posto a una miriade di improbabili talenti e pessimi musicisti. I Talent Show cercano di creare Star…ridicolo e presuntuoso. Il futuro è nelle mani degli artisti più audaci e intraprendenti che tuttavia necessitano di mezzi finanziari per sbarcare il lunario.
A favore degli mp3 direi che sono migliorati qualitativamente, sotto il profilo pratico sono grandiosi e sono addirittura ecologici perché non si produce plastica per i cd
.
Parlare di morte della musica è esagerato, si può parlare della fine di una certa industria discografica che sperperava soldi investendo e puntando su artisti molto discutibili e soprattutto puntando sempre sui soliti generi. Il download legale è ormai e per fortuna una realtà consolidata in molte nazioni europee e non. La pirateria? Pure. Penso che indietro non si possa tornare e probabilmente è giusto che sia cosí. Penso che il mondo digitale debba riorganizzarsi e continuare ad evolversi per supportare gli artisti e la loro creatività dal punto di vista economico. Si è fatto gia tanto, se penso alla distribuzione digitale a costo zero, ma si fanno anche passi falsi che non aiutano l’artista. Spotify e Soundcloud sarebbero portali fantastici se solo erogassero per lo streaming somme dignitose agli artisti.
Concludendo, il bit è stata la più grande rivoluzione degli ultimi 30 anni da cui il mondo musicale ha tratto moltissimi vantaggi; Dobbiamo evitare, però, che in futuro a farne le spese non siano coloro grazie ai quali la musica esiste e cioè i musicisti.

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