Editoriale – 27 ottobre – Ivano Rossato

ubuntu

 

Gratis: dal latino gratis, a sua volta da gratiis, ablativo plurale di gratia cioè “grazia, bontà, benevolenza”; abbreviazione di gratis et amore Dei ossia “per grazia e per amore di Dio”

Un termine che ultimamente mi fa molto riflettere. Dal punto di vista sociale in particolare e soprattutto in questo periodo storico. E mi affascina quali declinazioni profondamente contrastanti possa avere questa innocua parola. Si pretendono i servizi pubblici gratis. Si scaricano i file musicali e i film da siti pirata senza pagare un centesimo, così come e-book e quotidiani. Ci si indigna però quando si legge di stage non retribuiti. O addirittura di lavoro non pagato. Non si paga il canone RAI perché “è un furto”. Ci infuriamo se un cliente non ci salda una fattura. Godiamo delle meraviglie della rete, dei trilioni di pagine di news, arte, cultura, YouTube, social-network, servizi di e-mail providing, ma pretendiamo pure che l’accessibilità alla rete Internet sia anch’essa gratuita (“in un paese civile si sarebbe il minimo, è un diritto perdiana”). Scriviamo 7500 messaggi al giorno con Whatsapp e ci sconvolgiamo quando poi ci chiede un abbonamento di 0,89 euro (…all’anno!). Concerti gratis, ingressi al cinema gratis, prodotti omaggio, viaggi regalo, schede a punti.

Non so, ma mi pare che ci sia qualcosa di sempre più distorto nella visione che si ha di questo concetto. Non nel concetto in se, ovviamente, ma nella distinzione di quale bene o servizio, nel pensiero comune, si consideri ormai da pagare o no.

Non ho risposte assolute, ma un suggerimento su una possibile chiave di lettura della parola gratis mi è arrivato recentemente dal mondo dei software open-source. Un amico mi ha suggerito di provare la distribuzione UBUNTU del noto sistema operativo Linux. Tutto gratuito e con a disposizione centinaia di programmi anch’essi gratuiti, il tutto realizzato da una comunità mondiale con passione e con risultati realmente sorprendenti.

Dov’è la fregatura? Perché gratis? Sarebbe un modello replicabile a tutti i beni e i servizi? Il paradigma di una nuova forma di baratto 2.0 estendibile su scala planetaria?

So benissimo che il mondo open-source esiste da decenni, ma nel frattempo il mondo del lavoro e del commercio si sono avvitati su se stessi in modo preoccupante spingendo ancora di più tanti a lavorare gratis loro malgrado, a rubare sempre di più contenuti multimediali, a pretendere tutto in cambio di niente. E alla fine si sta dissolvendo la sensibilità di dare un valore (non un prezzo) alle cose, materiali o immateriali che siano. E di conseguenza si sta perdendo anche la capacità di produrre “valore” e “qualità”, nella musica, nell’arte, nelle opere dell’intelletto, nel lavoro, nella politica, nelle parole e, forse, nei rapporti umani e nei sentimenti. Tutto gratis?

Cit. Wikipedia: “Ubuntu è un’etica o un’ideologia dell’Africa sub-Sahariana che si focalizza sulla lealtà e sulle relazioni reciproche delle persone. È un’espressione in lingua bantu che indica “benevolenza verso il prossimo”. È una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto dell’altro.”

 

Buona settimana!

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