OLDIES BUT GOLDIES:The Collection– Eugenio Mirti

In queste umide giornate estive ho pensato di raccogliere tutte le Oldies But Goldies, così sdraiati sulla battigia a mostrare le chiappe chiare potrete dedicarvi alla lettura sul vostro smartphone!

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LITTLE STEVEN GREATESTI HITS (EMI, 1999)

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Little Steven è stato il chitarrista e il co-produttore di alcuni tra i migliori e più venduti album di Bruce Springsteen, da Born To Run a Born In the USA, e questo status gli ha permesso di influenzare la musica degli ultimi trent’anni come pochi altri.

E’ stato anche autore di una pregevole carriera solista, che raggiunse l’apice commerciale con la pubblicazione di “Bitter Fruit”, un singolo che esprime bene la vena stilistica del nostro: un sound rock sporcato con venature ritmiche caraibiche/sud americane, testi graffianti e impegnati, riff e fraseggi semplici ma ben costruiti e memorabili, senza tanti fronzoli.

Il suo Greatest Hits è uno di quei dischi “minori” che proprio perchè meno blasonato di altri potrebbe catturare la vostra sensibilità e sorprendervi piacevolmente, tra i richiami al soul (Lying In A Bed Of Fire, che sembra un brano degli Stones di Exile), il reggae di Solidarity fino ad arrivare alle ballad più malinconiche, come la sensuale Princess Of Little Italy.

Rimangono sempre un pò stucchevoli i suoni dei sint anni ’80, ma è un limite che Steven condivide con praticamente tutti gli artisti dell’epoca, dai Duran Duran ai Rolling Stones allo stesso Springsteen.. un piccolo pegno da pagare per accedere alla musica di un artista poliedrico e sorprendente.

 

 

Leonard Cohen, Greatest Hits – Columbia, 1975

Cohen, Leonard - Greatest Hits

Ho “scoperto” il piacere di ascoltare Leonard Cohen relativamente tardi nel corso della mia vita. Si potrebbe forse parlare di rincoglionimento senile (!) e di un (tardivo) abbandono da rock’n’roll adolescenziale, ma in verità  ho sviluppato questa passione  di recente, contemporaneamente all’iscrizione al corso di batteria che mi ha visto imparare a suonare “It’s  long Way To The Top” degli Ac Dc, perciò la spiegazione non mi convince troppo.

La poetica di Cohen combina testi meravigliosi ad arrangiamenti scarni che pongono in risalto la  voce. Le urla e i ritmi parossistici tipici del rock vengono sostituiti a favore di atmosfere rarefatte ma non meno complesse: è sufficiente ascoltare la leggerezza dell’arrangiamento di organo, sax e coro femminile in Take This Longing per capire la profondità delle trame del cantautore canadese.

L’intensità delle composizioni e delle esecuzioni (come le dinamiche di chitarra e voce  in Chelsea Hotel n.2) stupisce e non fa rimpiangere l’assenza di ritmi esplicitati o distorsioni selvagge: voce e chitarra possono essere altrettanto eversive e aggressive, e questa raccolta dimostra brillantemente come.

 

Ringo Starr, Blast From Your Past – Apple, 1975

 

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Molti non lo sanno, ma tra gli ex Beatles quello che inizialmente ebbe maggior successo fu Ringo Starr. Il motivo si spiega facilmente: i suoi album erano prodotti benissimo e prevedavano partecipazione ed aiuto di tutti i suoi amichetti. Essendo Ringo Ringo, i suo amici erano John Lennon, Paul McCartney, George Harrison, Eric Clapton, ecc.: la crema del rock inglese e americano, che contribuiva con brani, arrangiamenti e parti strumentali. Ecco perchè “Blast From Your past” è un album bello e ben riuscito: si tratta del meglio dei primi cinque lavori di Ringo, con brani come  I’m The Greatest, dal testo divertentissimo di Lennon, la potente Oh My My (con epico assolo di sax), la ritmica serrata di It Don’t Come Easy, l’arrangiamento geniale (in tempo semplice) di Only You. Un album divertente e scanzonato, che riesce sempre a divertirmi moltissimo.

 

Ramones, Rocket To Russia – Sire, 1977

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Nei bei tempi andati della mia giovinezza, avevo a disposizione 15000 lire alla settimana per soddisfare tutti i miei bisogni. Ai tempi i dischi nice price costavano 7 o 8000 lire a seconda, e quelli nuovi 13000. Avevo quindi la possibilità di regalarmi un’uscita al mese nuova di pacca, o due nais prais da scegliere con oculatezza (dovevo anche pagare altre cosette tipo cinema il lunedì, effetti per la chitarra e così via, una spending review permanente).

Ricordo che andavo sconsolato a leggere in biblioteca libri tipo “i vostri primi 10.000 lp” tanto per stare male e riflettere sulla mia situazione di sfortunato curioso musicale senza possibilità economiche. In sostanza avevo già stabilito l’ordine di acquisto di questi primi diecimila album in maniera da colmare a macchia di leopardo le mie lacune. Così per il settore punk e new wave acquistai “Never Minds The Bollocks” dei Sex Pistols e “Rocket To Russia” dei Ramones.

Entrambi mi piacciono ancora molto, dopo più di vent’anni dall’acquisto e oltre i trenta dall’uscita.

Rocket To Russia è una favolosa raccolta di cnazoni a metà tra Beatles, Beach Boys e i punkabestia, con la partecipazione di figure memorabili (Sheena, la happy family, il cretin di cretin hop), riff che sono rasoiate, una cappa di demenzialità perenne a partire dal titolo, quasi  a mediare quei boriosi e noiosissimi artisti americani che si prendevano (e ancor oggi lo fanno…) troppo sul serio. Con alcune cover geniali per scelta ed esecuzione (Surfin Bird, Do You Wanna Dance…).

Suono sporchetto ma con un tiro devastante, un album adatto a tutte le occasioni, dalla festa al Leoncavallo al viaggio coast to coast in chopper: musica divertente realizzata da gente che si divertiva a farla, da sempre il massimo degli accoppiamenti.

Freddie King, Larger Than Life – Polydor, 1975

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L’espressione inglese larger than life si può capire leggendo frasi come come “This is a person of surpassing integrity; a man of the utmost sincerity; somewhat larger than life”…ha cioè  il significato, di eccezionale, estremo; in sostanza in questo caso è un titolo giocoso che vorrebbe sottolineare la straordinarietà di Freddie King.

Effettivamente è stato uno dei più eccezionali chitarristi della storia del rock blues, riconosciuto modello giovanile di Eric Clapton, e il suo suono e il suo groove fanno ancora scuola. Sfortunatamente morì molto giovane, e questo spiega la sua relativamente poca attuale fama, ma la sua discografia contiene dei gioielli meravigliosi che non vanno persi.

Una perla in questione è questo album: scelta di pezzi favolosa che abbraccia tutta la musica nera, tra blues (Woke Up This Morning) e brani super funky (Boogie Bump), fino ad arrivare ad alcuni classici rock (Meet Me In The Morning di Bob Dylan). La band è strepitosa, con arrangiamenti taglienti e aggressivi, e il fatto che sei brani siano live rende il disco piacevolmente caldo e intenso.

Se vi piace il blues è un must; se  vi annoia a morte, è l’album che vi farà cambiare idea.

Grand Funk Railroad, We’re An American Band – Capitol, 1973

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Settimo album in studio dei Grand Funk Railroad, il secondo dopo “Phoenix” con Craig Frost alle tastiere, “We’re An American Band” è un disco compatto, bello, divertente, con riff al fulmicotone, parti vocali lancinanti e una chiara e significativa  influenza della musica  funk sull’hard rock proposto dalla band: si vedano tra gli altri il riff di basso di End e quello meraviglioso di Stop lookin’ Back.

Non mancano ballad elettrizzanti come Creepin’ o la significativa Railroad: l’introduzione con arpeggio di chitarra con corde a vuoto deve essere stata un chiodo fisso negli ascolti dei Metallica!

Un album davvero seminale: non si può rimanere fermi un solo momento, come ben testimonia Black Licorice, solo di organo impressive, solo di chitarra ancora più impressive, urlo della notte devastante definitively impressive e via ancora col groove!

Registrato in tre giorni (13-15 giugno 1973) con la produzione di Todd Rundgren, è una delle indiscutibili vette artistiche dell’hard rock: si segnala per gusto, divertimento e generale eccitazione. Imperdibile!

 

RED HOT CHILI PEPPERS/MOTHER’S MILK (EMI, 1989)

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Nel 1989 a Londra comprai il numero di Guitar Player con Keith Richards in copertina. Me lo ricordo – a parte per le perle di Keith- perchè c’era una doppia recensione di “The Real Thing” dei Faith No More e “Mother’s Milk” dei Red Hot Chili Peppers. L’articolista finiva dicendo: due dischi che vale la pena comprare, e due band che definiranno il suono degli anni ’90.

Ovviamente l’autore era un genio, perchè azzeccò tutte le previsioni, e io feci bene a fidarmi acquistando entrambi i vinili, che ancora conservo. Nacque così la passione per il combo californiano, curiosamente in parallelo con l’allora mio compagno di merende Luca rodolfo, che era insieme a me l’altro italiano a conoscere i Red Hot prima di Under The Bridge!

Mother’s Milk era e rimane il mio disco preferito dei RHCP. Credo che la ragione stia nella gagliarda energia che permea tutte le tracce, dovuta al cambio di formazione, immagino: era infatti la prima prova per Chad Smith alla batteria e John Frusciante alla chitarra.

Frusciante tra l’altro doveva ancora definire il suo stile molto asciutto e minimale che caratterizzerà Californication et simili, ed è qui ancora alle prese con riff distortissimi e virtuosismi vari.

Insomma, un album che viene generalmente ignorato dalla critica (che gli preferisce Blood Sugar Sex Magic) ma che a mio avviso rappresenta il picco del quartetto californiano. Geniali cover di Higher Ground e Fire, un bellissimo inno in Knock Me Down, la meravigliosissima Johnny kick a hole in the sky e soprattutto la beffarda Punk rock classic, presa per il culo dei Guns n Roses: insomma, un capolavoro minore!

Buon ascolto!

LED ZEPPELIN/HOUSES OF THE HOLY (1973)

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Quando comunico ai miei amici Zeppelininani Doc che il mio disco preferito della Band è “Houses Of The Holy” rimangono sempre un po’ disorientati; dopo un “ah” poco estatico, iniziano a scuotere lentamente la testa e di solito partono a dirmi: “Ma e il primo?” “Ma Presence?”  “Ma e Immigrant Song?” “Ma e Four Sticks?!” Ma qui e ma là!

Insomma, scatta quella solidarietà umana (di solito così rara!) tale per cui costori devono convincermi che il loro album preferito deve assolutamente diventare anche il mio se no non riusciranno più a prendere sonno per i prossimi tre lustri. Invece io rimango dell’opinione che i gusti sono personali e  sono felice di condividere le gioie degli altri ricambiando con le mie, senza che questi missionari debbano sentire come vocazione quella di graffettarmi le palle con le loro certezze granitiche!

Detto questo, “Houses Of The Holy” è un disco gagliardo, che a mio avviso è particolarmente gustoso per il sound generale (la produzione di Page era avanti anni luce rispetto ai suoi coevi), la presenza di canzoni particolarmente ben riuscite (Over The Hills And Far Away, The Song remains The Same, The Ocean…) e un paio di omaggi inaspettati: “The Crunge” che esplora i territori cari a James Brown e D’Yer MaK’er (un divertente gioco di parole che lega l’assonanza in inglese tra “Giamaica” e “te la sei fatta”) che è un misto di reggae e Doo Woop. Una bomba assoluta nel pianeta discografico del 1973, che bene spiega la grande varietà sonora della band ed è imperdibile!

THE ROLLING STONES/UNDERCOVER (1983)

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Il mio primo approccio con la critica musicale, da ragazzo, è stato il seguente: “Undercover Of The Night”, uno dei miei dischi preferiti dei Rolling Stones, è stato sempre ignorato e considerato spazzatura rispetto agli otto album precedenti della band, che raggiunsero la vetta della hit parade americana (Undercover arrivò “solo” al quarto posto, pur essendo il diciassettesimo lp inglese e il diciannovesimo americano).

Fin qui, ci può stare, naturalmente. Quello che mi ha sempre largamente insospettito rispetto alla percezione di questi scorreggioni inguaribili (i critici rock) è che i motivi per cui loro lo stroncarono sono gli stessi per cui a me piaceva e piace un casino. Ve li elenco, perchè è un tema veramente accattivante:

1) Keith Richards essendo uscito da anni di drogaggini, voleva all’epoca riprendere la direzione artistica degli Stones, donde molti pezzi sono nel loro stile grezzo rock blues oriented (She Was Hot, Too Tough, All The Way Down, It Must Be Hell)

2) Mick Jagger voleva invece mantenere il sound aggiornato, donde brani notevoli caratterizzati dal sound primi eighties  (gli stessi critici che lo stigmatizzarono e ancora rompono i sacri bronzi sul tema sono quelli che diranno e dicono che dopo l’84 gli Stones smisero di innovare) (undercover of the night, too much blood)

3)  gli Stones anzichè concentrarsi sul loro sound migliore abbracciarono qui molti stili, che comprendono dance, reggae (feel on baby, un esempio meraviglioso di reggae bianco), hard rock, pop, influenze new wave

4) anzichè parlare solo di sesso e droghe, almeno tre canzoni parlano di politica e argomenti macabri vari , in maniera esplicita e intelligente (undercover of the night, tie you up, tha pain of love)

In definitiva, se i soloni del rock uniti anzichè sentenziare scempiaggini avessero esposto in maniera sobria i punti cui sopra, l’album avrebbe avuto più chances. Ma voi fortunelli lettori di questa rubrica adesso sapete la verità!

 

Bob Seger/Smokin’ O.P.’S(Palladium-Reprise, 1972)

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Bob Seger è uno dei più grandi autori e cantanti americani delle ultime quattro decadi, e se per caso non lo conoscete i suoi must sono “Beautiful Loser”, “Live Like A Bullet” e “Night Moves”, perle di  una discografia notevole per capacità di scrittura, vocali e di creare groove.

A me però è sempre piaciuto questo lavoro, uno dei suoi primi sforzi. Il titolo è un gioco di parole basato sull’espressione “smokin’ other people’s cigarettes” che qui diventa “smokin’ other people’s songs”: infatti i brani sono quasi tutte cover di altri artisti, che dimostrano le prepotenti capacità vocali del nostro. Tra l’altro cover fatte come dovrebbero essere eseguite sempre: si spazza via la versione di riferimento con un’iniezione di energia e randellando i malcapitati ascoltatori a destra e a manca, tanto per far capire con chi hanno a che fare, senza nessuna pietà.

Basterebbe ascoltare “If I Were A Carpenter” per piangere come vitelli, Love The One You’re With e Let It Rock per capire che qui non si scherza, e la conclusiva Heavy Music, a firma di Seger, che diventerà uno dei suoi classici, per profetizzargli una carriera luminosa.
Bellissima la formazione, con l’ hammond che esegue anche la parte dei bassi, nel miglior stile Jimmy Smith. Un altissimo concentrato di energia soul, rock, devastazione e americanità.

Non si può pensare di aver vissuto compiutamente senza aver ascoltato e imparato a memoria questo favolosissimo album!

Renato Zero/No!Mamma, no!(RCA, 1973)

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Confesso di non essere un sorcino, ma allo stesso tempo sono un grandissimo estimatore di questo disco, il primo album di Renato Zero, uscito nel pieno dell’esplosione del glam rock di Bowie e affini. Brani che sono autentiche rasoiate rock, testi intelligenti, musiche ben scritte e ancora meglio suonate… tutto il meglio per far si che in Italia questo disco lo si conosca solo  in tre o quattro fortunelli. Ballate notevoli (nell’archivio della mia coscienza), divertissement (sergente, no!), e la combo ti bevo liscia – make up make up make up che non può lasciare indifferenti, piena come è di energia e sovversione. Un esordio indimenticabile, da non lasciarsi sfuggire

Charles Brown/One More For The Road (Blue Side, 1986)

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Come tutti i miei coetanei, sono stato assiduo frequentatore di negozi di dischi. Pur non avendo mai soldi da spendere, anche solo andare a sfogliare gli album per sbavare toccando copertine e guardando foto e testi era un piacere meraviglioso. Quasi come andare in libreria, ma di più, perchè il formato vinile era veramente geniale, in quanto a lussuria e desiderio impressi nell’acquirente. La formula con copertina apribile era da orgasmo multiplo, e se per caso il volume aveva un adesivino nice price era come vincere alla lotteria (era la formula di vendita della warner per sbolognare album storici a metà prezzo, la polygram aveva la fichissima serie successo).

Insomma, il mio negozio preferito era Rockville di via Cibrario, ormai ahimè chiuso (ma il proprietario originale, leggendario, aveva lasciato anni fa!). Era un classico entrare e dire: aiuto! devo fare un regalo per impressionare la mia ragazza, le piacciono i Dire Straits, cosa mi consigli? risposta: il triplo live degli Who (che tuttora abbiamo, visto che grazie agli Who Cristina poi me la sposai!). Insomma, stile Alta Fedeltà ma centomila volte più figo, perchè c’era un reparto jazz devastante e il tipo sapeva tuttissimo. Entravi a chiedergli l’ultimo di chiunque e l’aveva già ascoltato e te lo recensiva in diretta. Si figo, no non te lo consiglio, ti piacerebbe, ecc ecc.

Insomma, una volta dovevamo fare un regalo di compleanno a un amico pianista, e ci venne consigliato One More For The Road di Charles Brown. Come sempre succede, alla fine credo gli regalammo un ciapapuer (una porcheria che prende la polvere, spiegazione che ben illustra l’etimologia della parola piemontese) e ci tenemmo il disco noi, visto che era ed è una vera figata.

Già solo l’apertura, I cried last night, fa capire il mood: jazzy, notturno, con molto blues e una voce che ti viene da piangere ogni tre sillabe. Non avevo mai capito il concetto di cantante confidenziale prima di Charles Brown: significa che ti fa arrapare così tanto che vorresti trombartelo tutto il tempo tanto è figo! Quindi attenti a portare al night le vostre signore. Tra l’altro Brown suona anche il piano meravigliosamente…

Mi ha anche sempre colpito dell’album  la versione spettacolare (vorrei dire stunning ma non mi viene una parola equivalente!) di Route 66, perla di un insieme di brani meravigliosissimo.

Un disco incredibile, che mi fa rimpiangere i bei negozi di dischi di una volta. Ma solo perchè ci andavo quando avevo vent’anni!

Consigliato per le serate notturne e intime, per viaggi coast to coast, per chiudere giornate merdoselle con un bel bicchiere di nebbiolo e la prospettiva di una notte intensa!

Jim Morrison/An American Prayer (Elektra/Asylum, 1978)

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Tra il 1969 e  il 1970 Jim Morrison, cantante solista del gruppo americano più importante degli anni ’60, i Doors, si recò in studio di incisione per recitare alcune delle sue poesie. Morrison, uno dei più geniali parolieri del rock, sarebbe morto poco dopo, calando il sipario su un’epoca favolosa per inventiva e fantasia.

Awake
Shake dreams from your hair
My pretty child, my sweet one.
Choose the day and choose the sign of your day
The day’s divinity
First thing you see. A vast radiant beach in a cool jeweled moon
Couples naked race down by its quiet side
And we laugh like soft, mad children
Smug in the wooly cotton brains of infancy
The music and voices are all around us.
Choose they croon the Ancient Ones
The time has come again
Choose now, they croon
Beneath the moon
Beside an ancient lake
Enter again the sweet forest
Enter the hot dream
Come with us
Everything is broken up and dances.
Nel 1978 i tre elementi superstiti della band decisero di realizzare un album che musicasse alcuni dei poemi declamati da Morrison, insieme a qualche brano live (la celebre versione di Roadhouse Blues con lo speaker in adrenalina che dice Ladies and Gentlemenfrom Los Angeles…California…The Doooooooooooors!), estratti di jam del gruppo, ecc., con un superbo booklet ricco di disegni, foto, e tantissime poesie.
La critica è sempre stata divisa sul valore del progetto (ricordo che quando uscì Free As A Bird dei Beatles il quotidiano della mia città la definì “la classica operazione di canta col morto inaugurata dai Doors del 1978″ – un esempio di recensione tecnica e ben motivata, direi…), e siccome mi legano a questo album notevoli ricordi di vita vissuta mi sento decisamente poco obiettivo. Certo è che i versi di Morrison sono meravigliosi, e Manzarek e soci dimostrano appieno il loro valore, riuscendo a realizzare un malinconico omaggio all’amico scomparso.
Intenso, avvincente, un lavoro che non lascia indifferenti. Se questo è cantare col morto, viva George Romero e tutti gli zombie!

Mick Jagger/Wandering Spirit (Atlantic, 1993)

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Come i miei quattro lettori avranno capito da tempo, sono un fan inossidabile dei Rolling Stones e in generale del rock-blues inglese. Mi affascina da sempre questa truffa perenne per cui i maggior esperti di un genere musicale che ha le sue radici negli USA siano tutti inglesi, con gran scorno degli Springsteen etc. di turno.

Detto questo, la carriera da solista di Mick Jagger non è di quelle proprio memorabili, ma Wandering Spirit è un album che spacca. Tirato, nervoso e sanguigno, adatto alla notte e ai suoi frequentatori, una collezione di belle canzoni che si presta a un party così come a un ascolto fugace su un viaggio in treno.

Due ospiti d’eccezione arricchiscono le tracce: Flea al basso in tre brani (ma non è l’autore della parte sensazionale di “Sweet Thing”, in cui suona Doug Wimbish!) e Lenny Kravitz in “Use Me”.

Si passa dall’hard rock di “Wired All Night” al soul di “Don’t Tear Me Up” al non saprei definire il genere ma mi piace di “Wandering Spirit” con classe ed eleganza. Testi eleganti e cazzoncelli à la Mick (we meet Pedro the pimp…) ed esecuzioni elettrizzanti: un classico minore che fa fine e non impegna nella vostra discoteca. Augh!

PFM/Miss Baker (Ricordi, 1987)

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Uscito nel 1987 e sostanzialmente ignorato da critica e pubblico, “Miss Baker” è l’ultimo album della PFM prima del lungo periodo di ritiro dalle scene durato nove anni (l’album seguente sarà 10 Anni Live – 1971-1981 del 1996 seguito da Ulisse del 1997). Della formazione storica rimanevano Di CIoccio, Mussida  e Djivas, coadiuvati da Walter Calloni alla batteria, Lucio Fabbri  al violino e tastiere, Vittorio Cosma tastiere.

E’ un album che ho amato molto, per gli  echi soul (i fiati nell’iniziale “Prima che venga la sera”, dal trascinante groove), jazz (la complessa e divertente “Colazione a Disneyland”) e la memorabile ballad che dà il titolo all’album, ben riuscita e splendidamente suonata, come testimonia la vibrante introduzione di chitarra classica.

Sicuramente la fromazione era a questo punto grandemente differente dal quintetto di rock progressivo delle origini, ma non per questo la musica è meno interessante. Trovo anzi particolarmente ben riuscita la mescolanza di stili (jazz, rock, soul, pop) in un insieme coeso e particolarmente personale.

Simple Minds/Once Upon A Time (Virgin, 1985)

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Gli anni ’80 sono stati piene di schifezze musicali plasticose, assolutamente dimenticabili e inutili. Quest’album, il settimo dei Simple Minds, uscito esattamente alla metà del decennio, è invece sempre stato uno dei miei dischi preferiti del periodo: compatto – 8 brani di cui 4 singoli di successo- ben arrangiato e  prodotto, fa dei suoni (che sono normalmente la morte delle band del periodo)  il punto di forza. Delay sulle chitarre, tastiere intelligenti e ben organizzate, un sound complessivo molto ben pensato ed eseguito, ecco i motivi del mio apprezzamento.

A parte ciò, va detto che le canzoni sono tutte belle e ben costruite, dal riff di basso di Sanctify Yourself all’intro di batteria di Alive and Kicking fino ai riff memorabili di Once Upon A Time e Ghostdancing.

Non fatevi neanche sfuggire il seguente “Live In The City Of Light”, con  incredibili versioni on stage di questo album e degli altri classici della band.

Misteriosamente i SM scomparvero di lì a breve, mentre gli U2 diventavano superstar internazionali… ma questa è un’altra storia.

JJ CALE/Naturally (Shelter, 1972)

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Alcuni artisti  o album vengono definiti spesso “seminali” per l’influenza che hanno avuto sulle generazioni successive, gente come Jimi Hendrix o gli Yardbirds, tanto per nominarne due. Appartiene di diritto a questa onorata società il primo lavoro di JJ Cale. Registrato subito dopo aver scoperto che Eric Clapton aveva realizzato la cover di “After Midnight”, l’album mette in mostra quello stile laidback che diventerà un classico del playing di Clapton (basta ascoltare “Slowhand” per farsi un’idea) e renderà miliardari Mark Knopfler e i Dire Straits.

“Naturally” è una vera meraviglia: canzoni memorabili, realizzate volutamente in maniera grezza, con drum machine (all’epoca una straordinaria novità) e arrangiamenti scarni ed efficaci. Sensazionale antidoto ai chitarristi virtuos-onanisti, è anche un ottimale ascolto per i frequentatori della notte e delle sue inquietudini!

Buon ascolto!

Eddie “Lockjaw” Davis/Jaws In Orbit (Prestige, 1959)

Eddie Lockjaw Davis Quintet With Shirley Scott - 1959 - Jaws In Orbit (Prestige) 2

Non fatevi ingannare dala (orrida) copertina: “Jaws In Orbit” infatti è un album sensuale, ricco di groove, con il classico suono lercio e favolosissimo di sax di Davis e quello seducente e ammiccante di Shirley Scott all’organo.

Davis, che all’epoca suonò con tutti i più grandi (Armstrong, Basie, Kenny Clarke e Francy Boland) rese popolare con questo gruppo il suono di organo nel jazz. Temi divertenti (e anche un po’ pretestuosi) che lanciano assoli esplosivi e ricchi di swing: vi basti ascoltare “Intermission Riff”, qui proposta in una versione esplosiva.

Comprai quest’album da ragazzo, e mi impressionò molto sia il sound generale, davvero eccitante, che il portamento del tempo di Davis,   praticamente intrascrivibile nella sua poliedrica complessità.

Adatto alle feste di ogni sorta, dal tramonto all’alba!

Enjoy

Wings/Greatest (Parlophone, 1978)

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Ottavo album dei Wings, dodicesimo per Paul McCartney post scioglimento dei Beatles, Wings Greatest è il disco perfetto per assaporare la genialità di McCartney come autore, arrangiatore, produttore, chitarrista, bassista, cantante, batterista, pianista. I brani sono tutti meravigliosi, a partire da Live And Let Die (ripreso dopo parecchi lustri dai Guns n Roses) a Jet, una adrenalinica cartella rock d’altri tempi, fino ad arrivare  a Band On The Run, una favolosa mini suite in tre parti che esalta il concetto dell’amicizia di una band di fronte alle avversità.

L’eclettismo degli arrangiamenti e del campionario strumentale (basti ascoltare Uncle Albert/Admiral Halsey) riesce nel far sembrare monocorde praticamente qualsiasi altro rocker degli ultimi cinquant’anni, con l’unica eccezione di Prince.

Bisogna dire che l’album non regge l’urto con la realtà e i suoi problemi, ma questa è anche la sua forza: solare e spensierato, come dice McCartney stesso “Some people wanna feel the world with silly love songs, and what’s wrong with that?”.

Bob Marley & The Wailers/Uprising (Tuff Gong/Island, 1980)

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Mentre impacchettavo i vinili per il mio imminente trasloco il  mio occhio bovino cadde misteriosamente sull’ultimo album di Bob Marley & The Wailers, Uprising.

Devo dire che non sono un fan di Marley, delle canne e della Jamaica. Il mio cuore pulsa a rock, e le versioni edulcorate di Clapton mi fanno godere mille volte di più dell’originale giamaicano (che orribile bestemmia per i fan duri e puri!).

E però Uprising, a differenza dei nove precedenti album in studio dei Wailers, mi piace da sempre. Adoro la semplicità armonica, le belle melodie, e la genialità (totale e ultima) nel definire suoni che ti fanno sbavare dalla goduria.

Ne cito alcuni:

la chitarra di Could You Be Loved, la tastiera in Pimper’s Paradise, il coro “every need got an ego to feed” sempre di Pimper’s Paradise, il fill di batteria nell’intro di Coming From The Cold, la chitarra lercia di Redemption Song, e così via.

Un disco meraviglioso, adatto per le feste regghetton al the Beach così come per improvvisare due note con la pentatonica di La minore, far fine senza impegnare.

Cheers

Jeff Beck/Blow By Blow (Epic, 1975)

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Nel pieno dell’era della fusion comparve questo incredibile disco, uno dei miei preferiti di sempre, una vera pietra miliare del chitarrismo mondiale. Una scelta di brani superba (con due originali di Stevie Wonder, che suona non accreditato in Thelonius, un omaggio ai Beatles e la conclusiva Diamond Dust di Bernie Holland), arrangiamenti (specie quelli orchestrali) favolosi di George Martin, una band che può toccare vette di virtuosismo strumentale seguite subito da lunghe pause vuoti rarefatti …cos’altro aggiungere!

L’iniziale “You Know What I Mean” è emblematica di tutto il disco: un riff funk che si muove tra none maggiori, minori ed eccedenti, un tema in D7 memorabile, la sezione B che si sposta in 3/4 seguita da un solo sanguigno che alterna pentatoniche ad arpeggi di 7 con cromatismi rari! Un gagliardo momento di delirio funk e rock con un titolo significativo e divertente!

Un album straordinario, ricco di contenuti e che non può mancare nelle vostra collezione, che si arricchirà così della magica polvere di stelle di Jeff Beck.

Suzanne Vega/99.9F° (A&M, 1992)

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Sono sempre stato un felice schizofrenico musicale, attitudine che considero ottima e cerco di sviluppare in tutti i miei allievi. Ritengo che la curiosità sia il sale della vita e chiudersi in recinti preconcetti sia una grave perdita.

Questo non vuol dire non avere delle preferenze (peraltro molto nette nel mio caso!), ma semplicemente essere pronti ad ascoltare qualsiasi musica con uno spirito aperto e non con quell’indole tipica del metallaro che frequentava la mia gioventù: hai le borchie, scarpe da basket bianche e jeans attillati e Metal Hammer sotto braccio? Sei figo. Ascolti i Beatles? Sei un coglione. Naturalmente poi succede che i Motley Crue realizzano la cover di Helter Skelter, e il babbeo di cui sopra si trova sperduto nel mondo reale.

Esaurito il lungo incipit, devo dirvi che del 1992 musicale il mio disco preferito rimane 99.9 di Suzanne Vega. Nonostante nello stesso anno siano usciti dischi notevoli (Rage Against The Machine,  Dirt, Angel Dust, Core, l’Unplugged di Eric Clapton) mi piace ancora moltissimo lo stile eclettico di Suzanne Vega, un misto efficace e sublime di musica acustica, spunti elettronici, canzoni meravigliose e testi superbi.

Si passa dalle atmosfere cupe di “In Liverpool” al rap di “Fat Man and Dancing Girl” fino ad arrivare alla title track, una canzone meravigliosa che ho suonato live molto spesso. Riff indimenticabile, progressione di accordi con i bassi che scendono… davvero gioiosa e divertente.

Il mio brano preferito è sempre “If You were in my Movie”:

If you were in my movie
I’d have you as the doctor
Small black bag
And a big black coat

I’d have you make a house call
To the woman
You could lay your
Diagnostic hand
Upon her belly and her throat

If you were in my movie
You could be the detective
You could sit behind the desk
With a question on your lip

Examine her for motive
Investigate the scene
In the ever present danger
Keep the holster at your hip

If you were in my movie
If you were in my movie
If you were in my movie

If you were in my movie
You could be the priest
Long black frock
White collar at the neck

You could come to the confession
You could give a girl a thrill
You could save her from her passion
Keep her body in check

If you were in my movie
If you were in my movie
If you were in my movie

If you were in my movie
You could be the gangster
Double-breasted pinstriped
Man with the cigarette

Go running down the alley
With a double-crossing blond

Explaining to the jury
That you hadn’t done anything yet

If you were in my movie…

Buon ascolto!

The Touch Of Your Lips/ Chet Baker

baker

 

“The Touch Of Your Lips” è un disco registrato  da Chet Baker con una insolita formazione senza batteria, accompagnato da Niels-Henning Ørsted Pedersen al contrabbasso e Doug Raney alla chitarra. Acquistai quest’album nella fase della mia vita in cui alternavo Ac Dc, Rolling Stones, Black Crowes, Spin Doctors et simili: gente insomma che dire che ha una randallata ritmica devastante e ne fa la propria bandiera stilistica non rende minimamente l’idea.

Siccome però ero uno studente serio e appassionato di Jazz, e siccome il mitico metodo Aebersold nella selected Discography dava un punteggio altissimo a questo disco, decisi di acquistarlo. Un po’ titubante, perchè temevo il solito trio jazz soporifero da tagliarsi le vene!

Dopo quasi trent’anni rimango ancora sorpreso ed esterrefatto dalla diabolica bellezza di questa formazione: Baker canta così bene che vorresti piangere di tristezza, esegue assoli in scat che fanno impallidire cantanti molto più blasonati (ascoltate quello di “But Not For Me”), con una estensione minima della tromba riesce a stampare frasi meravigliose con un suono che è un inno alla gioia e ai piaceri della vita! Doug Raney è il classico chitarrista che sembra non faccia nulla finchè non provi a trascrivere qualche parte, e allora ti rendi conto che è un vero virtuoso, mentre Pedersen è un diavolo volante che suona il contrabbasso come un derviscio: classe, velocità e precisione non fanno rimpiangere l’assenza di percussioni ma esaltano l’insieme.

Insomma questo è uno di quei dischi che mi ha fatto amare molto il jazz,   Chet Baker e la sua attitudine alla musica. Bello, triste, allegro, veloce, intimo, sorprendente sono alcuni degli aggettivi che userei per descriverlo, senza tema di sbagliare.

Buon ascolto!

The Anthology/Roy Buchanan

roy

Sono sempre stato propenso a pensare che uno dei grandissimi limiti del mondo contemporaneo sia l’estrema specializzazione nel sapere, l’esatto contrario dell’uomo rinascimentale michelangiolesco leonardesco. Un fenomeno che da un lato impoverisce la cultura in genere  (e la società di conseguenza) e dall’altro tende a classificare tutto con etichette generalmente  stupide.

Detto questo, quando scoprii   Roy Buchanan (grazie al mio mentore dott. arch. Perfetto) capii subito perchè pur qualificandosi  tra i più grandi chitarristi elettrici della storia il buon Roy non lo conosce praticamente nessuno: troppo jazz per i rockers, troppo rock e distorto per i jazzisti, troppo country per i non americani, troppo blues per i teutonici oriented e sostanzialmente troppo intelligente ed eclettico per rientrare in una sola categoria. Dunque niente fan assatanati, seguaci, disco d’oro d’argento e bronzo, ecc.

Un tristo destino, se tenete conto che uno dei più fantastici brani mai incisi da Jeff Beck (Cause we’ve ended as lovers) venne dedicato proprio a Roy, riproducendo il suo classico bending a scendere in un omaggio sentito ed emozionante.

Questa raccolta contiene il meglio del nostro: impressionanti le versioni live di Hey Joe (la dinamica è impressive!), i blues in 12/8 (After Hours) la rilettura di If Six Was Nine… un album imperdibile per ogni chitarrista che si rispetti

Toccante la finale Dual Soliloquy, un lungo viaggio per chitarra solo nel quale Buchanan condensa tutte le peculiarità del suo stile personalissimo e (sempre) sconvolgente.

Jefferson Airplane/Volunteers – Eugenio Mirti

Jefferson_Airplane-Volunteers_(album_cover)

Sesto album del sestetto di San Francisco, “Volunteers” a mio avviso   rappresenta perfettamente il periodo storico in cui uscì. L’era della controcultura, l’estate dell’amore, l’impegno antimilitarista, la guerra del  Vietnam, l’apogeo delle drghe psichedeliche, ecc. Leggete Hunter S. Thompson e avrete un’idea molto precisa di tutto ciò! Quelle tematiche che nella nostra contemporaneità  dominata dall’economia e dallo spread dei tassi d’interesse come motivo di speranza sembrano se non datate quanto meno naif e visionarie, ma tantè! Nel breve spazio di una generazione tutto sembra dimenticato e obsoleto. Basti pensare che la figlia di Paul Kantner e Grace Slick (i due cantanti dei Jefferson Airplane insieme a Marty Balin) nata nel 1971 verrà chiamata China per capire le bizzarrie di un’epoca (comunque) leggendaria per i cultori del rock.

L’album presenta numerosi ospiti di altissimo livello, tra cui Nicky Hopkins, Stephen Stills, David Crosby, Jerry Garcia, che impreziosiscono le trame musicali   (e fanno venire l’acquolina in bocca al solo pensiero!).

Chitarre taglienti, parti vocali memorabili, testi che ancora colpiscono:

One generation got old
One generation got soul
This generation got no destination to hold
Pick up the cry
Hey now it’s time for you and me
Got a revolution Got to revolution
Come on now we’re marching to the sea
Got a revolution Got to revolution
Who will take it from you
We will and who are we
We are volunteers of America

e canzoni che hanno fatto la storia di un’epoca (in particolare Wooden Ships) sono gli elementi fondanti di questo disco,  vera e propria memoria storica di un’era tanto visionaria quanto breve nella sua influenza. Indispensabile!

Monotono/Skiantos

sk

 

Una delle pochissime forme originali del rock italiano fu l’esplosione del rock demenziale alla fine degli anni ’70, sulla scorta del punk inglese. Proprio  quest’anno è arrivata la triste notizia della morte di Freak Antoni, il leader degli Skiantos, gruppo di punta dell’ondata demenziale di quegli anni.

Il loro primo lavoro pubblicato fu “Monotono”, un album con copertina favolosa, contenuti oltraggiosi e divertentissimi, musica tirata e sanguigna. Insomma, un must per tutte le feste che a quasi 30 anni dall’uscita permea ancora  intelligenza da tutti i pori.

Celebre l’incipit parlato che darà il nome ad un altra celebre band (c’ho delle storie tese), e riporto a memoria alcune perle:

le massaie fan la coda per comprare la mia broda poi siccome è di gran moda io ci metto anche la soda

brucia le banche bruciane tante calpesta le piante, bravo! scemo!

pesto duro (i cant get no satisfucktion)

bau bau baby, baby, baby bau bau

io ti amo da matti e se mi vuoi ti lavo i piatti, sesso e karnazza

Ma il top, vertice della genialità, è largo all’avanguardia:

largo all’avanguardia, pubblico di merda, tu gli dai la stessa storia tanto lui non c’ha memoria. Compran tutti cantautori come fanno i rematori quando voglion fare i cori…

Ebbi il privilegio di vedere i nostri eseguire quest’ultima davanti a 25000 fans di Vasco Rossi al comunale di Torino per il tour di “C’è chi dice no”, una vera prodezza demenziale di rara perfidi

A Few Useful Tips About Living Underground/JTQ

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Mia moglie essendo praticante di discipline orientali ha operato in me un cambiamento radicale: ove anche solo due o tre anni fa avrei espresso in maniera non timorata di Dio il mio disappunto oggi poso a novello Giobbe e sorrido, smoccolando internamente senza che alcun essere senziente capisca il mio stato di (dis)grazia.

Tal scena si reitera costantemente quando frequento luoghi come bar o supermercati, che generalmente trasmettono la più crassa merda musicale che voi possiate immaginare. Schifezze d’ogni tipo con tutte le radio conformate a uno standard di porcheria inquietante (unica eccezione la super Radio 24, vi amo).

Capita così che nonostante questo incipit la più grossa sorpresa musicale della mia vita (escludendo l’ascolto della versione di Get Back dell’album con le epiche sgasate di George Harrison, imbattibile numero uno) si ebbe in un bar schifiltoso di Sanremo del 1996. Entrai colà con la futura moglie di cui sopra e il buon Luca Rodolfo, e dalle casse del tugurio si sparava a 180 decibel una musica devastante, bella, tesa, energica, tutto quello che avrei voluto fare io se avessi avuto le possibilità.

Scoprimmo così che on air c’era il James Taylor Quartet e l’album era “A Few Useful Tips About Living Underground”.

Si parte con Selectivity: chitarra con wah, basso che pompa come mandingo, una sezione fiati da urlo, un bel menù iniziale che già ti ingrifa. Si capisce dopo tre secondi che la sezione ritmica è da urlo e sotto questi baffi  non si scherza. Se vi ritrovate ad alzare il volume due o tre volte è normale, sparate al vicino con un fucile a canne mozze e proseguite felici, la polizia prima di arrestarvi aspetterà la fine del disco.

Creation (Fanfare For A 3rd Millennium) è un pezzo talmente meraviglioso che riesce difficile definirlo. L’Hammond straborda da tutti i pori, la chitarra lancinantissima, il riff spacca le casse, una bomba nucleare con un pedale di basso che ti rimane nel cervello per tre settimane. A questo punto aspettiamo proni che il JTQ ci  devasti.

Sentite il riff di Stayin Active e ditemi se non è una fucilata, subito seguita da un tema che è memorabilissimo. Inizio a chiedermi come mai non siano citati in tutti i manuali di musica dell’universo, questo è un combo fantastico, per diana.

(Taccio per decenza dell’epico concerto del JTQ al Barrumba di Torino da me visto con il mitico Vinz, novello Arturo Michelangeli, che era praticamente seduto sullo sgabello di James a vederne inorridito ogni devastante trillo).

Vogliamo a questo punto parlare del tema di Dirty Harry? Ora, a me Clint Eastwood già sta simpatico che è nato il 31 maggio e quindi quasi come me, ma questa cosa che prendi una schifezza di colonna sonora, rifai il telaio e la carrozzeria e la trasformi in un poderoso brano funk che a James Brown gli vengono le bave mi sembra notevole. Ma che poi al culmine anziché inserire lo scontato assolo di tamarro con Les Paul ne metti uno di flauto, ma di un flautista che suona le pentatoniche meglio di Jimmy Page, mi pare sensazionale. Quelle note di basso che grattano sui tasti mi fanno peraltro ricordare che sono un essere senziente. Grazie, G. Crockett.

Summer Fantasy è un brano cazzeggione che ancora viene tenuto in mano dal basso, irrefrenabile. Anche nei riempitivi questo quartetto spacca, direi. Il moog è sensazionale in effetti…

Don’t let Money Be Your God si apre con un simpatico arpeggio di chitarra e organo ecclesiastico. Subito la truffa viene svelata e siamo portati nei territori cari ai Deep Purple più cattivi, con una randella che in confronto il diavolo di tasmania è un cialtroncello di periferia.

Nutrition ha un riff di basso (ancora!) impressive, percussioni che perorano la causa efficacemente, fiati sullo sfondo che sembravano passare di là per caso e invece.

Serenity ci porta alle stucchevolezze dell’acid jazz inglese, quindi la saltiamo a meno che la potenziale futura fidanzata non agiti le anche, e passiamo agilmente a Check It Out, un brano che il George Clinton dei Parliament potrebbe facilmente rivendicare come plagio. Altro excursus nel funk più nero, con il guanto di velluto inglese, imperdibile per le feste delle medie, specie di Prince senza la voce di Prince.

Chiude l’album Grass Is Not Greener: la morbida intro col Rhodes è emblematica, lancia il riff di basso con autowah che si rivela inaspettatamente in 12/8, sostegno del tema di sax.

E’ quasi venti anni che ascolto questo disco e ancora mi sorprende. Certo avrei fatto una cover diversa e una tracklist più efficace, ma resta il fatto che si tratta di uno di quei dischi meraviglia che mai nessuno vi citerà perché troppo jazz per il rock, troppo rock per il jazz, troppo figo per l’uomo medio.

Enjoy!

In Pursuit Of The 27th Man/Horace Silver (Blue Note, 1973)

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Horace Silver, il celebre pianista americano scomparso di recente, è stato autore  di alcune tra le più famose pagine della storia del  jazz:   il  milionario best seller  Song For My Father, The Cape Verdean Blues, The Jody Grind, ecc.

Sono da sempre un suo fan accanito e ho così potuto frequentare   anche i suoi dischi meno conosciuti, come “In Pursuit Of The 27th Man”, un album uscito nel 1973 sostanzialmente ignorato dai più che trovo intrigante già a partire dalla cover. La line up è stellare, con la ritmica di Bob Cranshaw e Mickey Roker che accompagna due distinte formazioni: una con David Friedman al vibrafono, l’altra con protagonisti  Michael e Randy Brecker. In sostanza due  progetti distinti assemblati in un solo album.

Liberated Brother è un brano ricco di groove che si muove sulle classiche coordinate stilistiche di Silver: melodia memorabile e sinuosa, ritmica aggressiva che sostiene e incalza, nuance soul che arricchiscono l’insieme. Kathy è un  5/4 con il  tema esposto deliziosamente da Friedman, protagonista anche della title-track, un mambo velocissimo con il basso di Cranshaw in primo piano. Ancora il vibrafono espone la melodia di Gregory Is Here, un jazz waltz con un bell’assolo del leader, mentre  Nothin’ Can Stop Me Now è un simpatico brano bluesy in 12/8, con richiami  stride e una divertente sequenza di riff   armonizzati dai Brecker bros.

Nel complesso  In Pursuit Of The 27th Man è un album eccellente, ricco di groove, con  la   varietà timbrica legata all’alternarsi delle due formazioni che regala freschezza all’ascolto.  I musicisti sono tutti di eccezionale livello e divertendosi riescono a divertire: a mio avviso il risultato massimo cui un artista possa aspirare.

If It Don’t Kill You, It Just Makes You Stronger  (Motown, 1989)

bwillis
Sono certo che il sorrisetto arrogante e compiaciuto che avrete esibito al leggere il nome di Bruce Willis, sorrisetto che implicitamente ed esplicitamente dice “ma che porcata galattica potrà mai essere un disco di Bruce Willis” si spegnerà all’ascolto del primo devastante assolo  di armonica del nostro in Pep Talk, un velocissimo brano per big band e gruppo blues che spacca le ossa. Esattamente come si spense a me quando, ben consigliato dal negoziante di dischi preferito della mia giovinezza, gli chiesi un consiglio per regalare un album blues rock soul hard adatto per la mia fidanzata e per convincerla ancora una volta che ero l’uomo giusto, ma allo stesso tempo con una musica che non mi rompesse le palle; un pò sconsolato (ma comunque fiducioso) portai a casa il vinile e lo misi sul piatto rimanendo, come avrebbe detto Freak Antoni, basito, e un po’ umiliato dall’aver ancora una volta giudicato ancor prima di ascoltare una sola nota.

Bruce non è Aretha Franklin ma comunque canta niente male, e soprattutto ha un suono di armonica (che sospetto filtrata in quel Fender di tweed della cover) che risveglia anche gli zombie di George Romero e tutti i peli del corpo di mandingo. Non pago di questa attrezzatura di partenza niente male, il nostro si dimostra un perfido maledetto perchè ingaggia alla produzione, chitarra, scrittura e assoli vari Robben Ford, ovvero uno dei massimi chitarristi del rock blues degli ultimi 30 anni.

Un album teso, sanguigno, tirato come pochi, con riff sporchi, arrangiamenti epocali e un’aura di massimo divertimento a pervadere il tutto. Imperdibile per sgargiarsela alle feste. Buon ascolto!

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