Editoriale – 3 febbraio – Ivano Rossato

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Viviamo in un mondo violento? Intendo nella nostra quotidianità ed escludendo casi episodici di cronaca e zone d’Italia particolarmente calde, possiamo affermare che la violenza sia una componente preponderante della nostra vita? Beh, verrebbe da rispondere che tutto sommato ci sta andando piuttosto benino: non ci si spara più addosso come nel far-west, non si viene più depredati dai briganti nel viaggio fra la Castra Taurinorum a Florentia, non ci si prende più a clavate sulle gengive per contendersi le spoglie di uno gnu. Eppure la mia personale sensazione è che la violenza, purtroppo, sia ancora fin troppo presente, come un etere vischioso e invisibile che inquina l’aria che respiriamo. Una violenza meno tangibile ma non meno pericolosa e dannosa di quella fisica. La violenza dialettica.

Troppo facile sarebbe additare l’anonimato offerto dai social network come causa principale di tale deriva. La violenza dialettica è presente anche nei rapporti vis-à-vis di vita vera e quotidiana fra amici, colleghi, parenti. Mi capita fin troppo spesso, ad esempio, di partecipare, assistere (o semplicemente leggere) a discussioni in cui da un certo punto in poi almeno uno dei partecipanti sembra non essere più interessato a comunicare la propria opinione. Pare invece che l’obiettivo primario sia “l’annientamento dialettico” dell’interlocutore a seguito del quale la violenza verbale sarà destinata a saziarsi solo con un “hai ragione tu” o, meglio ancora, con un sottomesso ed arrendevole silenzio incondizionato. Chissenefrega delle tue ragioni, chissenefrega di comunicarti le mie, chissenefrega del fatto che due opinioni contrastanti possano convivere in una comunità matura. Violenza verbale imperativa che “pretende”, “esige” risposte. Che vive di assoluti, di iperboli, di maledizioni, di generalizzazioni, di stirate metafore e improbabili similitudini.

Annientamento dialettico: non mi basta pensare (o essere assolutamente certo) di avere ragione; non mi basta esporti la logica del mio ragionamento; e alla fine non me ne frega manco una mazza di ciò che pensi. Voglio di più: voglio la “sconfitta” del mio interlocutore come unica dimostrazione della fondatezza delle mie ragioni. Salvo poi condire tutto con le faccine che ridono o posticce dimostrazioni di cristica tolleranza dialettica.

Siamo così incazzati con la vita? Così insicuri di noi stessi e dei nostri pensieri? Così tanto sulla difensiva da scattare al contrattacco termonucleare appena ci sembra che l’altro alzi il sopracciglio in modo sospetto? Pensiamo di essere non violenti solo perché non prendiamo a colpi d’ascia chi ci sta di fronte?

Diamoci una calmata, che la vita è una meraviglia anche senza che gli altri ci diano ragione su tutto. Anche perché la conseguenza, per chi non lo capisca in fretta, non è essere contrastati con ancor maggiore fermezza. Molto peggio: è venire ignorati.

Io ho sviluppato un mio personale metodo per capire la temperatura della mia aggressività verbale in una discussione: quanto riesco a trattenere il desiderio di avere l’ultima parola in una discussione?

Buona settimana!

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