Editoriale – 18 novembre – Eugenio Mirti

Meditavo di recente sul fatto che sono ormai un over quarantenne, non più un ragazzino ma ancora troppo imbecillone per sentirmi un vero adulto. Un’età che spesso porta a fare bilanci, a molti regala nostalgia per il tempo che fu, e così si ripetono nel mio quotidiano  inviti di incontri di classe, elementari, superiori, incontri di ex amici scout, ecc. Tutto quella paccottiglia di finti sentimenti che mascherano spesso il rimpianto di taluni  per aver sprecato gli ultimi trent’anni, sorta di Amarcord senza  genio di Fellini e  tette della tabaccaia.

Io mi sento migliorato nel tempo, e in questi casi  anzichè comportarmi come avrei sempre fatto (scomparendo dalla circolazione) in genere partecipo speranzoso che ci sia qualcuno (di solito lo si trova) che anzichè parlare di avvenimenti vissuti eoni fa sia tutt’ora interessante e stimolante, e quindi sia capace di spostare la visione dal passato al futuro.

In tutto questo pensare e ripensare ho notato (come prevedibile) il graduale spostamento, specie delle persone con le quali avevo condivisi gli ideali più nobili ed elevati verso una specie di fastidioso qualunquismo genere  “ma quant’eravamo babbi, a pensare di cambiare il mondo – qui bisogna far ripartire l’economia, altro che ecologia!”, con tutte le varianti a questo discorso che potete facilmente immaginare, da me equilibratamente definite come “stronzate galattiche retroattive”.

Persone brillanti con cui si fecero numerosissimi dibattiti su ogni tema che ormai paiono concentrarsi esclusivamente sul proprio ombelico e sulle proprie vicende personali.

Nulla di male, in sè, lungi da me giudicare. Ma mi interessa moltissimo capire come mai le linee guida della mia visione del mondo, stabilite dopo infiniti approfondimenti iniziati da quando ho l’età della ragione hanno un inizio, uno sviluppo e una prosecuzione non dico sempre lineari, ma coerenti con tutta una serie di idee, e in altri caso d’amblé diventano per certuni cacca fritta genere leggevo Topolino ma adesso son cresciuto.

Il punto che però mi sembra interessante è raccontarvi l’evoluzione di questo mio naturale atteggiamento genere Don Chisciotte a spada tratta, che mi ha sempre visto sensibile (troppa empatia, Mirti, la devi smettere!) alle problematiche più diverse, con un impegno sociale fortissimo: tantissimi anni di scoutismo, attenzione per i temi sociali, impegno sempre e comunque in prima persona.

Insomma, per lungo tempo ho esagerato.

Resomi conto della questione, consapevole che nessuno è indispensabile, la maturità non mi ha portato come consiglio annullare  lo sforzo e la preoccupazione per tutte le questioni che fanno andare il mondo male, da Fukushima ai ministri della giustizia che paraculano i loro amici alla crisi economica, e neanche mi ha regalato una visione egocentrica con rinnegamento a latere delle mie convinzioni.

Però mi ha suggerito di bilanciare le questioni che normalmente mi farebbero venire l’ulcera in cinque minuti  con piccole cose che mi rendono felice e mi permettono di  vivere serenamente.

Insomma,  per farla breve ieri sono andato con Cristina  al ristorante cinese che preferisco, a pranzo perchè è vuoto e non mettono la musica di sottofondo che tanto fastidio mi regala, ho provato tre piatti nuovi, bevuto la birra di Qingdao e il sachè, e provato ancora una volta l’emozione di vedere gli aspetti belli della multietnicità.  Per lo stesso principio quest’estate ho portato le bimbe a Gardaland, e quest’anno sono andato almeno tre volte a visitare il Mao, e ogni volta mi incanto e sono felice.

Ristorato da tutto ciò eccoci al lunedì mattina combattivo come sempre. Riflettevo sul  quanto sia importante contribuire a migliorare noi stessi, la società e il mondo in generale, ma anche volersi bene e regalarsi momenti di serenità. Spesso il senso di colpa che ci hanno instillato fin da piccoli (e mi viene in mente Workin Class Hero) ha la meglio: be careful!

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