Chitarra jazz 8 – Eugenio Mirti

103p

E’ da innumerevoli anni che mi riprometto di scrivere un libro di didattica per chitarra jazz e raccolgo a tal fine una montagna di materiale, appunti e trascrizioni (il cui volume è ormai prossimo al metro cubo). Nel corso del tempo ho speso migliaia di euro in metodi di tutti i tipi, ed essendo il recensore di jazzit dei libri di didattica la mia biblioteca si è ulteriormente ampliata: ho quindi la doppia fortuna di una pratica quasi ventennale di insegnamento e una conoscenza enciclopedica dei metodi esistenti, circostanza che mi sembra utile per poter dire la mia sul tema. Spero vi sia utile!

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6. 2 SOFTLY, AS IN A MORNING SUNRISE parte 2

Quando mi sono avvicinato al jazz, quasi venticinque anni fa, le fonti didattiche disponibili, che già sembravano meravigliose rispetto alle epoche precedenti, erano in realtà limitate e difficili da reperire (questo in una grande città, figuriamoci nei posti più piccoli!). Tolti i metodi di Jamey Aebersold (ne ho parlato nel consiglio bibliografico della scorsa puntata) per avere delle parti dei brani bisognava ricorrere al Real Book, un libro che raccoglieva oltre quattrocento standard trascritti abbastanza bene e con una serie di mirabolanti errori, il più fantastico dei quali era che in “Desafinado” mancavano quattro battute; il Real Book era talmente utilizzato che ogni volta prima di suonare il brano bisognava specificare se si sarebbe eseguita la versione giusta o quella del Real Book, che in pratica pur senza quattro battute viveva di vita propria!

Posso dunque dire che per me il punto

2) ricerca dello spartito del brano

era davvero un problema complesso!

La moderna critica jazzistica ha individuato nel termine (coniato dallo studioso Vincenzo Caporaletti, e subito ripreso da Maurizio Franco, uno dei maggiori studiosi italiani di jazz) musica audiotattile la definizione migliore per il jazz; vi consiglio di leggere le opere dei due studiosi per formarvi una opinione vostra, ma sinteticamente (sono sicuro che sarebbero orripilati dalla mia sinossi, ma spero di non incorrere in troppi strali) ciò significa che il jazz è una musica che in parte è scritta  e in parte è orale, allo stesso tempo si può riportare su carta  ma è modificabile in tempo reale dall’esecutore secondo alcune prassi definitesi nello sviluppo   della sua storia.

Questo concetto a me pare molto importante, perchè significa implicitamente che è fondamentale sia  avere una certa preparazione per leggere gli spartiti che ascoltare il materiale esistente disponibile.

***

Ci troviamo dunque nella condizione di voler  suonare Softly, As In A Morning Sunrise. La prima opzione, dopo aver ascoltato tutte le versioni che ho pubblicato la scorsa settimana, è prendere il Real Book e leggere la parte.

qui il link allo spartito

Si tratta di un  brano in forma  AABA in do minore.

E cosa vuol dire, si chiederanno i miei tre lettori? La formula AABA significa che ci sono 4 sezioni di 8 battute ognuna: le 3 A praticamente uguali (tranne per la seconda, che portando al B di solito ha qualche modifiche nella sua ottava battuta) e la B, una sezione a contrasto. Si tratta di una delle strutture più feconde della storia della musica, se considerate conto che la forma ABA (anche nota come aria col da capo) è quella per cui si ricorda Alessandro Scarlatti (1660-1725) uno dei più grandi e celebri  operisti di tutti i tempi.

DO minore è la tonalità del brano. Vuol dire che il centro tonale (un concetto che sviluppermo più avanti, quando tratteremo l’analisi armonica) ha il suo focus sul do minore e sulle note di quella tonalità.

Curiosamente le prime due versioni esistenti del brano, che vi ho postato la scorsa settimana, quelle di Nat Shilkret e di Artie Shaw, sono entrambe in Mi minore, e le progressioni armoniche sono leggermente differenti da quelle indicate dal Real Book, così come anche   la frase finale.

Questo aspetto è assai curioso,  e mi aiuta a evidenziare come  spesso nel jazz si dimenticano le origini e le fonti,  e le estrapolazioni teoriche sopravanzano la realtà suonata (e storica).

Il  motivo del cambio di tonalità (un evento che capita spesso) è abbastanza facile da individuare: suonare in  Mi per i trombettisti è veramente ostico, mentre in  Do è più semplice e preferibile. Però noi siamo chitarristi, e perchè  dovremmo complicarci la vita? Oltretutto in una canzone che in origine era perfetta per il nostro strumento, con i bei mi a vuoto disponibili a fare da bordone!

Il mio consiglio è dunque di imparare il brano in mi minore, per le nostre oscure perversioni casalinghe, e in do minore per le eventuali jam (a parte noi, è facile pensare tutto il resto del mondo non si prenderà la briga di ascoltare alcunchè e crederà che l’originale sia in do minore, acciderboli!!). Per la frase finale, possiamo provarle tutte e tre e decidere quale è la nostra preferita (le differenze sono comunque  minime).

Se invece volete caparbiamente andare a una jam e suonare il brano in mi minore, accertatevi di avere dietro tre o quattro copie della parte, così che potrete distribuirla ai musicisti prima di suonare; questa è una buona abitudine che hanno le cantanti intelligenti (spesso le voci devono cambiare tonalità per via dell’estensione, e quindi si portano gli spartiti nella tonalità preferita per evitare schifezze cosmiche dovute alla trasposizione istantanea, pratica che non tutti i musicisti sono in grado di espletare benissimo a prima vista). Una abitudine che vi consiglio di far diventare immediatamente  vostra!

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Le armonie delle due versioni sono leggermente differenti da quelle considerate “standard”  che verrebbero suonate dal jazzista medio: vi riporto la mia trascrizione di entrambe le versioni con gli accordi. Mi piace molto l’esecuzione di Artie Shaw perchè la melodia rappresenta ritmicamente la classica dizione jazz, con piccole micro variazioni sul tema originale di Shilkret, quelle nuance (anticipi e ritardi di un ottavo, per avere gli accenti in levare) che qualsiasi jazzista applicherebbe leggendo, sorta di micro manuale di interpretazione della lettura. Confrontate le due linee melodiche e ascoltate la differenza in termini di aggressività ritmica.

Non sto a tediarvi con i cambi di tonalità che entrambe le registrazioni  presentano, e le code (tutte e due con terze di piccardia: le versioni finiscono in mi maggiore), perchè oggi il compito era trovare una parte credibile e non l’analisi tout court, che svilupperemo nelle prossime puntate.

Alla fine, credetemi: se dovete studiare un brano, ascoltatelo e la parte tiratevela giù voi, ed eviterete crassi errori.

shilkret

shaw


Nota: nella versione di Artie Shaw ho scritto in rosso le parti che non sono tematiche (risposte delle sezioni al tema).

Nota due: una fonte di inestimabile prestigio e goduria di ogni genere di documento è la libreria americana del congresso, che ha online una serie infinita di documenti. Qui il link!

Nota tre: la prossima settimana ci sarà il Jazzit Festival a Collescipoli, perciò oltre ad invitarvi a partecipare, vi comunico che salteremo il nostro appuntamento settimanale per ritrovarci quella successiva.

consiglio bibliografico  6:

The Real Book

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Il Real Book  è uno dei più famosi libri della storia del Jazz. Trovo particolarmente affascinante il fatto che nessuno conosca la sua origine: pare che sia la collezione delle trascrizioni dei brani degli studenti del Berklee College Of Music, uscita per la prima volta nel 1971, ma nessuno sa la verità esatta!  Ovviamente la fonte di questa lacunosità  è la natura    assolutamente illegale della raccolta, che non pagava le royalties agli autori.  Il nome pare sia nato in contrapposizione ai “Fake Book”, grandi e famose compilation di numerosissimi brani (melodie e accordi). Si tratta di un pratico libro che aiuta alle jam o al momento di studiare un brano; ai miei tempi si trovava nelle copisterie, oggi lo potete trovare in pdf sul web. Indispensabile!

Le puntate precedenti:

CHITARRA JAZZ 1

CHITARRA JAZZ 2

CHITARRA JAZZ 3

CHITARRA JAZZ 4

CHITARRA JAZZ 5

CHITARRA JAZZ 6

CHITARRA JAZZ 7

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