Chitarra jazz 5 – Eugenio Mirti

103p

E’ da innumerevoli anni che mi riprometto di scrivere un libro di didattica per chitarra jazz e raccolgo a tal fine una montagna di materiale, appunti e trascrizioni (il cui volume è ormai prossimo al metro cubo). Nel corso del tempo ho speso migliaia di euro in metodi di tutti i tipi, ed essendo il recensore di jazzit dei libri di didattica la mia biblioteca si è ulteriormente ampliata: ho quindi la doppia fortuna di una pratica quasi ventennale di insegnamento e una conoscenza enciclopedica dei metodi esistenti, circostanza che mi sembra utile per poter dire la mia sul tema. Spero vi sia utile!

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5. O DELLA SCELTA DEI BRANI

A questo punto i miei tre  lettori inizieranno a sospettare che io sia impazzito: ma come, ancora non abbiamo neanche preso in mano la chitarra e già dobbiamo scegliere la scaletta per i concerti? Ma non è un po’ troppo prematuro? Da qui al primo show passeranno anni, che fretta ci sarà mai?

Ritengo molto importante impostare il proprio studio sui brani che concretamente si dovranno suonare: durante un concerto si esegue un repertorio e non degli esercizi, e dunque usare le composizioni che proporremo come piattaforma dei nostri esperimenti e studi musicali è la soluzione più logica che ci sia. Un esempio chiarificatore: non si tratta di studiare le scale in quanto tali, magari studieremo quelle per sviluppare l’assolo di “Red Clay”: in questo modo sapremo meglio le scale, la nostra tecnica migliorerà e quando suoneremo il brano saremo avvantaggiati.

Scegliere i brani da suonare è una vera e propia arte, così come stilare delle  scalette interessanti. Le problematiche sono molteplici: eseguire brani propri o rileggere famosi standard? Realizzare arrangiamenti convenzionali o super fricchettoni? Optare per i  classici evergreen che tutti conoscono o proporre delle oscure composizioni che denotano il nostro sapere ma risulteranno sconosciute ai più? Esaltare brani complessi e divertenti da suonare oppure inserire noiose (per i musicisti) composizioni, ma che tutto il pubblico apprezzerà?

Naturalmente, come sempre, non solo non c’è una risposta a queste domande, ma se ci fosse sarebbe perfettamente inutile conoscerla, perchè ciò che conta è affrontare i problemi, non le soluzioni che  troviamo.

Non importa il punto di arrivo, ma il viaggio che si compie.

Naturalmente la scaletta perfetta non c’è, perchè la sua realizzazione varia in funzione del taglio  stilistico ed estetico che vogliamo dare alla nostra musica e anche alla circostanza specifica del concerto (il pubblico cambia, e a seconda di esso bisogna prevedere delle varianti: una platea attenta e partecipante è molto diversa da una audience distratta e disinteressata, come si può facilmente immaginare). Un repertorio di taglio free sarà organizzato in maniera differente da quello di una serata di intrattenimento al bar del paese, a un  festival si suonerà meno e un repertorio diverso che a un aperitivo in birreria.

Le location e il pubblico cambiano, deve cambiare anche la nostra proposta se vogliamo che sia il più efficace possibile.

Una  questione importante da considerare è infatti che quando suonate dal vivo dovete anche intrattenere (nel senso nobile) chi vi ascolta, ed organizzare il vostro repertorio in maniera da ottenere i risultati che vi prefissate. Possiamo scegliere di  essere provocatori o conformisti, di ispirare fiducia o dare fastidio… qualsiasi sentimento vogliamo creare nel nostro pubblico è legittimo, posto che dobbiamo rispettare:

1) le esigenze di chi ci paga, (se qualcuno ci paga); non è corretto fare un concerto di free jazz per distorsione e motosega se ci siamo accordati per un duo chitarra  voce alla Tuck&Patti

2) le aspettative del pubblico, ovvero di chi ha pagato un biglietto/una consumazione/comunque si è spostato fino a dove siamo per ascoltarci. A volte sono sbagliate, e ce ne possiamo sbattere allegramente i maron! (una volta mi dissero che il tavolo 14 chiedeva di cambiare repertorio, e io risposi che il tavolo 14 poteva cambiare locale perchè stavo facendo quello che mi era stato richiesto dall’organizzatore), ma il venire incontro a qualche desiderio o richiesta non è vietato, a volte  anzi è estremamente funzionale  (lo dico perchè conosco musicisti che per partito preso sono affezionati all’immagine “tanto più antipatico tanto più bravo“, che naturalmente è una fregnaccia).

3) le nostre esigenze artistiche e di comunicazione: la musica è un linguaggio e se strutturiamo bene il nostro discorso verremo  capiti da chi ci ascolta.

 ***

Una buona scaletta si basa sull’equilibrio e  in ambito “mainstream jazz” prevede, di solito:

1) uno o due blues

2) uno o due rhythm’n’changes (brani basati sulla sequenza armonica di I Got Rhythm che studieremo a suo tempo)

3) un 3/4

4) una o due ballad

5) un brano veloce/sfoggio di virtuosismo (nel vernacolo jazzistico, brano up tempo)

6) un brano dal sound contemporary

7) qualche standard, spesso rielaborato in maniera creativa

8) uno o due brani più moderni (free avantgarde, funk, fusion, etc).

9) uno o due  brani di matrice afro/latin

Le tonalità possibilmente devono variare, così come gli autori e i tempi bpm; non stupitevi se al quarto medium in Fa la gente se ne va, perchè sta a voi coltivare varietà e costruire una serata che sia avvincente e stimolante. Naturalmente Coltrane poteva suonare per due  ore A Love Supreme e incantare tutti, ma noi che siamo normali forse è meglio se ci regoliamo.

Un altro punto di fondamentale importanza è proporre brani con strutture diverse (introduzioni, finali, interludi, assoli collettivi…) e cambiare l’ordine dei solisti (se la tromba esegue sempre il primo intervento e la batteria l’ultimo, al terzo brano saremo più prevedibili di un album di punk).

Stabilito che questa scaletta è la più equilibrata possibile, considerate che  tanto più ci allontaniamo da essa tanto più otterremo degli effetti eversivi, non per forza da evitare, ma anzi, in taluni contesti caldamente consigliati!

Ad esempio rIcordo bene che due anni fa John Scofield all’Auditorium del Lingotto in occasione del concerto per i venti anni dalla morte di Miles Davis propose un concerto composto tutto di brani originali R&B, ottenendo un risultato di incredibile eversione rispetto alle aspettative del pubblico degli imbalsamati,  e di massimo godimento mio e di tutti quelli con le orecchie aperte. Il messaggio chiaramente era: se Miles fosse, qui, suonerebbe qualcosa che voi non vi aspettereste, e io lo omaggio sottolineando questo aspetto. Allora tutto ha un senso e la scaletta completamente sbalestrata rende la serata meravigliosa e interessante.

CI tengo dunque a sottolineare che la questione non è il dover essere equilibrati; è invece

sapere qual è l’ equilibrio, e romperlo ogni qualvolta ciò faccia al caso nostro.

e, vi ricordo ancora una volta, nel rispetto di chi ci paga e di chi ci ascolta, importante tanto quanto quello a noi dovuto.

Ho avuto il privilegio di conoscere e intervistare Michel Camilo, uno dei massimi pianisti del jazz contemporaneo, che mi disse come per lui  strutturare le scalette (dischi e concerti) sia  un vero lavoro di architettura. A suo parere le track-list  vanno contestualizzate rispetto al genere (se suoniamo jazz, almeno uno o due brani chiaramente appartenenti alla tradizione jazzistica vanno inseriti) e bisogna curare con attenzione  il momento pericoloso dei 3/4: a 3/4 della scaletta di un concerto o della tracklisti di un cd bisogna inserire  una sorpresa che aiuti a superare il momento di possibile noia: un brano che non ti aspetteresti, il colpo di grazia che  trascina definitivamente l’ascoltatore dalla nostra parte.

Un’ultima conisderazione importante : suonare troppo è infinitamente peggio che suonare troppo poco. E’ bene lasciare nel nostro pubblico il desiderio di ascoltare ancora (e magari chiedere un bis) e non annoiare tutti a morte. Ricordate anche  che i brani di apertura e chiusura sono i più importanti.

consiglio bibliografico  3:

Sudo Philip Toshio– Chitarra Zen – Xenia Edizioni,  2000

1376820Il libro di Toshio è un meraviglioso mix di saggezza orientale e musica occidentale; è già   notevole anche solo considerare che è parte della collana “pensieri felici che fanno volare”, in nome omen… Arricchito da numerose citazioni dei più famosi guitar heroes di tutti i tempi, si tratta di  una guida adatta al principiante così come per la superstar internazionale che vogliano progredire tecnicamente e spiritualmente suonando il nostro strumento preferito. Il punto di forza del volume sta nel differenziare le informazioni, ormai alla portata di tutti e facili da trovare (come si suona un blues, le scale, gli accordi, ecc) dalla attitudine da sviluppare per diventare musicisti (e di conseguenza persone) migliori, materia propria e specifica del volume. Memorabile questa frase: ” Ricorda, la chitarra è uno strumento, una cosa attraverso cui si fa qualcos’altro”. Ricco di consigli, divertente e ben scritto, è un volume immancabile nella vostra biblioteca.

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