Chitarra jazz 4 – Eugenio Mirti

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E’ da innumerevoli anni che mi riprometto di scrivere un libro di didattica per chitarra jazz e raccolgo a tal fine una montagna di materiale, appunti e trascrizioni (il cui volume è ormai prossimo al metro cubo). Nel corso del tempo ho speso migliaia di euro in metodi di tutti i tipi, ed essendo il recensore di jazzit dei libri di didattica la mia biblioteca si è ulteriormente ampliata: ho quindi la doppia fortuna di una pratica quasi ventennale di insegnamento e una conoscenza enciclopedica dei metodi esistenti, circostanza che mi sembra utile per poter dire la mia sul tema. Spero vi sia utile!

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4. O DEL SUONO

Uno degli elementi più trascurati nella trattatistica sulla chitarra jazz è curiosamente l’aspetto più importante nel bagaglio di un musicista, specialmente per un chitarrista: sto naturalmente parlando del suono.

Tutti presi a studiare le sequenze di Coltrane e a imparare fraseggi velocissimi, quasi sempre ci si dimentica che l’aspetto più importante è proprio la qualità del nostro suono. Noi “siamo” il nostro suono, e tanto più questo sarà riconoscibile e bello, tanto più le persone ci apprezzeranno.

Sembra banale ricordarlo, ma i grandi musicisti si riconoscono, prima ancora che dal lessico musicale, dal suono puro. Un appassionato   individua subito Miles Davis, Dizzy Gillespie, Freddie Hubbard, Wynton Marsalis, Christian Scott… e questo solo per citare alcuni dei trombettisti più famosi.

Allo stesso modo i grandi (ma anche medi e piccoli) chitarristi sono immediatamente riconoscibili dal sound. Scofield, Metheny, Frisell, ma anche Django Rehinardt e Charlie Christian, Joe Pass… ognuno di essi ha un timbro immediatamente riconoscibile, sviluppato non per caso ma risultato di una lunga ricerca, che ci permette di individuarli dopo circa due note!

Stabilita l’importanza del suono e la sua assoluta priorità, dobbiamo considerare che la nostra ricerca deve bilanciare al meglio due fattori:

1) il suono deve essere bello o quanto più bello possibile

2) il suono deve essere riconoscibile e personale.

Mi spiego meglio: il rischio di dare troppa importanza al primo fattore porta ad avere un suono bello ma convenzionale e uniformato alla massa. Mentre il rischio del’enfatizzare il secondo  punto sta, come diceva un mio insegnante, nel “mangiare la merda tanto per cambiare menù”: a volte forse è meglio la solita minestra!

Intendeva dire che se siamo riconoscibili perchè abbiamo un suono ripugnante forse è meglio nascondersi nella massa! Un buon equilibrio mi sembra la soluzione migliore, insomma!

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Come operare concretamente per creare un suono bello e personale?

I manuali di solito definiscono il suono come la somma di questi fattori:

chitarra+amplificatore se previsto+eventuali effetti+ plettro/fingerstyle

Cioè qualsiasi metodo sostiene che se voglio avere un suono affine a quello che so, di George Benson, devo usare una chitarra Gibson con humbucker (o simili) inserita in un amplificatore valvolare genere Fender Twin (o simili) semza effetti e senza riverbero (se mi richiamo al primo Benson) o con un lieve riverbero (se mi ispiro all’ultimo periodo del chitarrista). Niente effetti,e un bel suono legnoso pulito, et voilà, les juex sont faites.

Detto in sintesi, io sostanzialmente non sono d’accordo. Ricordo che un altro mio celebre insegnante, Jose Perfetto, sosteneva (e sostiene ancora perchè è vivo e operante tra noi) che se metti degli elastici a un manico di scopa e sei bravo lo fai suonare bene. Ed è vero: se voi a Benson   date una Stratocaster collegata a un Marshall, dopo tre minuti avrà impostati le regolazioni in modo che avrà il suo solito suono, o molto simile.

Di conseguenza

il suono non “sta” nel vostro equipaggiamento, ma nella vostra testa e nelle vostre mani.

Questo punto è fondamentale: il vostro materiale può aiutarvi ad enfatizzare quello che avete in mente, ma di per sé è  neutro.

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Stabilito questo principio, analizziamo comunque alcuni utili aspetti nella scelta dei materiali (opero una breve sintesi perchè è facile trovare materiale ben fatto su questi argomenti).

1) corde: le  roundwound sono adatte al suono da rocker, bello e ispido, e sono facili da usare per i bending. Le flatwound sono più spesse e dure, hanno un bel suono caldo, sono meno maneggevoli per i bending. Cambiatele in ogni caso spesso, perchè non c’è niente di così orribile come una chitarra con le corde vecchie che stona e non ha armonici.

2) chitarra; la discriminante è tra semiacustica (cassa vuota o o semipiena, hanno il suono caldo e un certo pericolo feedback) e solid body (cassa piena, non c’è pericolo di feedback, il suono è meno pastoso in genere); importante anche scegliere  tra pick-up single coil (in generale hanno un suono fine e aggressivo) e humbucker (che producono un suono caldo e pieno). Il sound  jazz tradizionale viene realizzato con humbucker e chitarra semiacustica.

3) amplificatore; vale tutto! Quelli valvolari sono più caldi, ma anche più pesanti e delicati. Quelli a  transistor sono versatili e leggeri, ma meno calorosi.

4)  effetti, a pedale o a rack: ce ne sono una infinità. In generale nel jazz, a parte alcuni casi eclatanti (per esempio Bill  Frisell) sono usati con parsimonia. L’uso degli effetti tende a spersonalizzare il suono, quindi fate sempre attenzione a non esagerare. Quasi un must è l’accordatore a pedale, che vi permette di evitare di suonare un brano meraviglisoamente bene, ma scordati.

5) cavi; molti musicisti sottovalutano il fatto di avere buoni cavi, perciò collegano una chitarra da 2000 euri a un ampli da 3000 euro con un cavo da 7 euri. Avete trovato l’intruso?

Mi raccomando: tenete bene i cavi e comprateli di buona qualità!

Concludo con uno dei miei aneddoti preferiti, sempre a cura di Jose Perfetto. Ci fu un periodo nel quale egli ambiva ad avere la Fender Esprit, cioè la chitarra di Robben Ford, perchè era un ammiratore di quel sound. Quando finalmente la ebbe tra le sue mani, provò a suonarla: il suo suono era uguale a quello di Ford! Colpito a questo punto da un diabolico sospetto, provò anche a suonare gli stessi fraseggi con la sua altra elettrica, una Eagle: cavolo, anche con la Eagle il suo suonoera uguale aRobben Ford. Da qui si capì che erano lui e le sue mani che avevano imparato a riprodurre il sound, e artefice non era la chitarra, che non a caso è un pezzo di legno inerte, meraviglioso strumento per sviluppare le nostre idee!

consiglio bibliografico  2:

Neville Marten– Guitar Heaven: The Most Famous Guitars to Electrify Our World – ed. Harper Collins, 2009

heavenIl volume di Neville Marten si occupa delle più famose chitarre elettriche della storia della musica, elencate in rigoroso ordine alfabetico, dalle Ampeg fino ad arrivare alle Zemackis. E’ il libro perfetto se volete formarvi una cultura generale sull’argomento, e soprattutto invidiare i felici possessori di questi strumenti meravigliosi (il mio cuore ancora piange!). L’iconografia è superba e le schede tecniche sono realizzate con intelligenza e cura. Un vero atto di amore per lo strumento più bello di tutti: la chitarra elettrica!

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