Chitarra jazz 3 – Eugenio Mirti

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E’ da innumerevoli anni che mi riprometto di scrivere un libro di didattica per chitarra jazz e raccolgo a tal fine una montagna di materiale, appunti e trascrizioni (il cui volume è ormai prossimo al metro cubo). Nel corso del tempo ho speso migliaia di euro in metodi di tutti i tipi, ed essendo il recensore di jazzit dei libri di didattica la mia biblioteca si è ulteriormente ampliata: ho quindi la doppia fortuna di una pratica quasi ventennale di insegnamento e una conoscenza enciclopedica dei metodi esistenti, circostanza che mi sembra utile per poter dire la mia sul tema. Spero vi sia utile!

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3. O DELLE MOTIVAZIONI

Lo so, lo so, avevo promesso ai miei tre lettori rimasti (il quarto si è stufato perchè voleva studiare le scale e i fraseggi di Al Di Meola e non mi segue più!) che oggi ci saremmo finalmente occupati di prendere in mano la chitarra e suonare, ma chiedo venia: ci sono alcuni interessanti argomenti che non si possono non frequentare prima di occuparsi della parte meramente tecnica.

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Come molti miei conoscenti sanno, è da più di cinque anni che frequento un corso di cinese.

Dovete sapere che il primo anno di corso iniziammo in tredici  e finimmo in sei. Il secondo anno riprendemmo in due della classe originale. Al quarto anno ero rimasto solo io degli antichi compagni, e adesso (il corso  del quinto anno   è appena finito) stavamo frequentando in cinque studenti: alcuni  di noi hanno studiato sei anni (i ripetonti), altri cinque. Immaginate che dei circa (stimo a occhio) ottanta allievi che iniziarono nel 2008 a studiare cinese nella mia scuola   solo il 6% ce  l’ha fatta ad andare avanti.

I più sostengono che la ragione sta nel fatto  che il cinese è una lingua difficile, ma io non sono d’accordo. Il motivo di tanti abbandoni è che chi si iscrive a un corso di solito non ha sufficientemente indagato le proprie motivazioni e generalmente alle prime difficoltà si arrende.

Nell’afflato di  evitarvi la stessa sorte nel mondo dorato e fatato della chitarra jazz,  ritengo sia utile dedicare un momento a questo pensiero: quali sono i motivi che ci spingono a voler suonare?

Le risposte possibili sono molte, ne enumero una serie:

1) i nostri genitori ci obbligano

2) siamo andati in pensione ieri e il nostro sogno è sempre stato suonare

3) vogliamo avere tanti ragazzi/e, e suonare è un’arma utile per il corteggiamento

4) il corso di karaté ha degli orari che non vanno bene e ripieghiamo sulla chitarra

5) vogliamo raggiungere il successo e i suoi ammennicoli (soldi, popolarità, potere, etc.)

6) siamo frustrati da una vita schifosa e vogliamo fargliela vedere noi a tutto il mondo, di cosa siamo capaci

7) vogliamo esprimere il nostro io interiore e insieme alla scrittura creativa e al corso di foto per i phone ci sembra che la musica si presti bene allo scopo

8) ci piace la musica perchè alle cene o in altri incontri sociali permette di socializzare e stare bene

9) non sappiamno cosa fare il lunedì alle 18

10) consideriamo la musica come espressione di spiritualità e anima mundi

11) il nostro  vicino di banco suona la batteria e gli servirebbe tanto un chitarrista

12) nella tradizione familiare tutti suonano e vorrei fare parte del tutto

ecc. ecc. ecc.

Intendiamoci: non ci sono – a parere mio- motivazioni migliori di altre. Però alcune sono molto forti, altre no.

Se per esempio  sono ispirato dal punto 1), è quasi certo che quando vivrò la mia ribellione adolescenziale la chitarra la butterò dal quarto piano e mi dedicherò ad altro. Se sono guidato dal punto 4), al primo barrè inizierò a trovare scuse per non frequentare, e così via. E’ invece evidente che 5) è molto motivante (si è disposti a mangiare tanta cacca in cambio di una speranza di ricca vita !) ma forse la chitarra jazz  non è il veicolo ideale,  il poker on line potrebbe essere più adatto.

Insomma, non si tratta di classificare le motivazioni come migliori o peggiori, ma di essere consapevoli del perchè vogliamo applicarci a questa attività, che è un pò complessa e richiede molto impegno, e rinnovare costantemente queste spinte costruttive. Perchè naturalmente  è bello saper suonare due standard senza ambizioni con gli amici alle feste, così come voler esprimere sè stessi, così come voler avere successo;  basterà ricordarselo quando vivremo gli inevitabili momenti di “crisi” nera perchè non riusciremo a fare degli esercizi , perchè sembrerà che tutti stiano migliorando e noi no, perchè tornare a casa a suonare dopo otto ore di smarronamento al lavoro non è facile, e così via.

In ogni caso, ricordate: qualunque siano le vostre motivazioni, se le porterete a compimento  avrete avuto successo e dovrete gioirne.

consiglio bibliografico  1:

Jerry Coker – How To Practice Jazz – ed. Jamey Aebersold, 1990

Jerry Coker è unojcoker dei più grandi didatti di jazz americani, e il suo libro è un indispensabile ausilio per organizzare in maniera ottimale e creativa il proprio studio, ottimizzando i tempi. I temi sono strutturati così bene che si può applicare il sistema di Coker a qualsiasi attività di studio, anche non musicale. Trovo particolarmente utile l’organizzazione dei tempi nei vari giorni, la divisione dei brani in vehicle types (veloci, ballad, medium, afro, ecc.) e il concetto di tenere una registrazione costante di quello che si studia quotidianamente, per poter verificare l’andamento generale. Un libro corto, che si legge tutto di un fiato ma che può  cambiare il proprio approccio allo studio.

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