Chitarra jazz 1 – Eugenio Mirti

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E’ da innumerevoli anni che mi riprometto di scrivere un libro di didattica per chitarra jazz e raccolgo a tal fine una montagna di materiale, appunti e trascrizioni (il cui volume è ormai prossimo al metro cubo). Nel corso del tempo ho speso migliaia di euro in metodi di tutti i tipi, ed essendo il recensore di jazzit dei libri di didattica la mia biblioteca si è ulteriormente ampliata: ho quindi la doppia fortuna di una pratica quasi ventennale di insegnamento e una conoscenza enciclopedica dei metodi esistenti, circostanza che mi sembra utile per poter dire la mia sul tema. Spero vi sia utile!

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1. O DELLA DEFINIZIONE DI CHITARRA JAZZ (TRADIZIONE VS. INNOVAZIONE)

Vedo già i miei quattro lettori pronti con le loro Gibson L 5,  aspettando gli esercizi che serviranno per diventare i migliori chitarristi jazz del reame! Ampli accesso, valvole fumanti e plettro caldo, ma in questa prima puntata mi spiace, la chitarra può aspettare;   ci occupiamo infatti di un argomento  che -stranamente- riuscirà a farci migliorare anche senza toccare le meravigliose sei corde delle nostre amiche.

A mio parere, infatti, prima ancora di aprire l’astuccio dobbiamo chiederci: ma chi è il “chitarrista di jazz”?

Nell’immaginario collettivo questo personaggio suona una chitarra hollow body,  timbro pulito  con i toni chiusi; siamo in un club fumoso stiloso ed elegante, si jamma  tra famosi standard degli anni ’30 ammiccando alle signorine presenti.

Questa scena  non fa solo parte dell’immaginario collettivo:  se partecipate per esempio ad una jam session, nove volte su dieci la situazione descritta poco fa è quella che vedrete realmente. Ho visto e partecipato a jam in quattro continenti, e si tratta (per proporvi un parallelo cinematografico) di una scelta di genere.

Al cinema ci sono il western, il poliziesco, l’erotico, ecc. Nella musica troviamo il Gods of Metal, lo Sziget  Festival, il Lollapalooza e la Jam session jazz.

Ogni evento con le sue regole codificate, precise,  sorta di rappresentazione eterna e immutabile di un  cliché. Provate ad andare al gods of metal vestiti da jam session jazz, e capirete dopo un secondo  il concetto (un po’ becero) di tradizione e conformismo. Andate a una jam con chiodo, jeans e scarpe da basket bianche, e penseranno che volete rapinare il locale e vi cederanno il posto in prima fila scusandosi come Archie in  Un pesce di nome Wanda.

Devo anche dire che questo  è un sistema che  mi diverte moltissimo, vedere gli Iron Maiden che giocano a fare i metallaroni a 60 anni così’ come ascoltare Stella by Starlight ad una jam per la millesima volta. Si tratta di una rappresentazion teatral-musicale in cui tutti sappiamo come va a finire, Angus Young sull’assolo di The Jack farà vedere il sedere, e il bello è proprio lì, come quando rivediamo ancora la settima puntata dei Jefferson. Nessuna novità e ruoli già conosciuti, in un eterno quanto godibile dejà vu senza innovazioni (e guai a proporle! il gioco non funzionerebbe più!).

Realizzando una forzata distinzione tra arte e intrattenimento (che naturalmente nel caso dei grandi artisti si coniugano perfettamente)  tutto ciò (gli eventi musicali di cui sopra)  non ha artisticamente (né vuole avere, di solito!) valore alcuno,  ma è una roba incredibilmente  divertente se vi piacciono i film (o la musica!) di genere.

Quello che invece io ammiro della chitarra jazz degli ultimi 50 anni è il fatto che questo dejà vu cristallizzato non esiste, non la si può definire in pochi  tratti musicali e soprattutto che i suoi epigoni, pur conoscendo e frequentando la tradizione di questa musica, se ne sono sostanzialmente fregati  e hanno aggiunto tutto quello che gli è passato per la mente nello sviluppare le loro “perversioni” musicali.

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Apro una parentesi: nel rock post anni ’70, per fare un esempio, questo fenomeno   non si è verificato. Un chitarrista gagliardo come Slash ha dovuto basare tutta la carriera sulle innovazioni create dalla generazione precedente la sua, ricalcando il solco musicale e iconografico di Jimmy Page e dell’hard rock inglese. Stevie Ray Vaughan, che personalmente adoro, non aggiunge nulla a Hendrix, gli Oasis hanno i suoni dei Beatles, i Jet quelli degli Who, e così via. Insomma, non rifarsi ai grandi pionieri è di fatto impossibile, e quindi le possibilità artistiche della musica (rock) si sono ridotte molto. Con le dovute eccezioni, ma in linea di massima è così. Non così è nel mondo della chitarra jazz.

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Vorrei  a questo punto citare i chitarristi jazz più importanti delle ultime decadi:

John Scofield, Pat Metheny, John Abercrombie, George Benson, Bireli Lagrene, Bill Frisell.

L’elenco sarebbe infinito e la scelta (essendo la mia) è molto personale e opinabile, ma prendo questi perchè sono i più noti e servono bene il mio esempio.

Per chi li conosce è evidente che:

-Scofield ha ascoltato moltissimo rock  blues, traendone il suo suono distorto e aggressivo, un classico nel rock ma una discreta novità nel jazz.

-Metheny ha molto frequentato gli ambienti country, e ha evidentemente la passione per la musica brasiliana (si veda Still Life Talking del Pat Metheny Group).

-Benson alterna album da chitarrista funambolico  e sanguigno ad altri di easy listening/black music danzereccia (Gimme The Night e affini).

-Lagrène un pò gioca a fare il guitar hero  gypsy manuche, altre volte  si trasforma nel chitarrista elettrico più veloce del west.

-Frisell propone una miscela indefinibile realizzata con sonorità country, effetti con delay, spunti jazz e  qualsiasi cosa gli passi per la testa.

Partendo da una conoscenza comune della tradizione jazz, questi personaggi l’hanno imbastardita con altri mille spunti ottenendo una miscela unica e personalissima, che hanno poi utilizzato per esprimersi artisticamente ai livelli più alti. La tradizione  è stata “piegata” alle loro idee e innovata, e  ormai  sono  essi stessi parte della tradizione, riveduta e ampliata e molto più interessante di prima.

In conclusione chitarra jazz per me vuol dire essere curiosi senza preclusioni o prevenzioni, ed è per questo che mi appassiona da sempre. Vuol dire scoprire che Joe Pass suonava a volte una stratocaster, che Jimmy Page conosce le sostituzioni di tritono, che Sonny Rollins ha suonato con i Rolling Stones, che Miles Davis prima di registrare Bitches Brew ascoltava Sly Stone e Jimi Hendrix, e altre mille cose che non c’entrano molto con il jazz in senso stretto, ma sono interessanti e divertenti.

Identifico insomma in parte della chitarra jazz contemporanea non una bandiera stilistica e formale da imparare a memoria e ripetere come scimmiette, ma  una meravigliosa attitudine alla novità e alla scoperta, sviluppate ognuno secondo la sua sensibilità ed esperienza; elementi  che trovo particolarmente intriganti in un mondo che fa della specializzazione la sua forza (il padrino del soul, il re del gospel, il conte del rock, il duca della musica afro, il principe del liscio…).

Mi permetto quindi umilmente di consigliarvi questo esercizio, se volete suonare la chitarra (ma anche vivere tout court) in maniera interessante:

1) siate curiosi di qualsiasi cosa, nella musica e nella vita.

Corollario.

Una citazione di Jim Hall, il grande “vecchio” vivente della chitarra jazz:

Who has something to say among the younger players?

People like Bill Frisell get my attention because I never know what the hell is going to come out.

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