Editoriale – 17 giugno – Ivano Rossato

Periodicamente mi autoinfliggo la pena di ascoltare i dibattimenti parlamentari su radio Radicale, un po’ per curiosità ma soprattutto perché penso che peggio di chi apaticamente non critica mai nulla ci sia solo chi critica tutto per partito preso senza informarsi, e ritengo che entrambe le categorie siano unite dalla comune e inesorabile inutilità evolutiva.
Ma sfidare la sorte a volte porta inaspettate sorprese: per esempio ascoltare una parlamentare, dal colore politico non ben definito, esprimere un concetto che da tempo condivido: il sistema scolastico come lo conosciamo noi è stato pensato per una società che non esiste più. Le fondamenta della di scuola si basano infatti sull’idea che occorra riempire dei vasi vuoti inizialmente con delle nozioni di base, da integrare con altri saperi sempre più specialistici man mano che si procede con gli anni, e così via.

Ma ormai questo schema non è più applicabile, o almeno non lo è più completamente.

Chiunque stia vivendo oggi la meravifgliosa esperienza di essere genitore si rende di certo conto che molto è cambiato nella disponibilità e nella friubilità della conoscenza e nel come essa venga metabolizzata dai piccoli esseri che ci scorrazzano per casa. Internet mette a disposizione di chiunque una mole di informazione ciclopica e a separarci da qualunque risposta sono ormai pochi click di mouse bene assestati. Un bimbo di quattro o cinque anni oggi è affacciato su quantità di conoscenza di cui  le persone della mia generazione poteva fruire come minimo 10 anni dopo.
Da padre quindi mi chiedo: qual è il vero insegnamento che nella nostra epoca occorre tramandare ai nostri figli?
Nozioni e regole o piuttosto gli strumenti necessari per discernere il sapere dall’immondizia?

Si parla molto di riforma della scuola ma molto spesso lo si fa esclusivamente riferendosi al reperimento di risorse economiche per fare meglio (o di nuovo) ciò che esiste da sempre e che ogni persona adulta ha già vissuto nella sua vita da studente.
Penso invece che sia ora di ridefinire completamete il concetto di insegnamento e di lezione. Sarebbe bello che ognuno, nella quotidianità, avesse fra gli altri come obiettivo non tanto il trasferimento di una nozione (che purtroppo sempre più frequentemente vuol dire il trasferimento di un’opinione, e spesso neanche nostra…) quanto quello di dare degli strumenti per distinguere un’informazione da uno slogan, un prodotto della creatività artistica da uno del marketing, un sentimento costruttivo da un impulso distruttivo, un’analisi da una critica sterile, una passione dal tifo imbecille.
Nelle mie supercazzole del lunedì sta ormai diventando involontariante uno slogan ricorrente ma il concetto è semplice: NOI siamo la scuola 2.0, con i figli di 5 anni come con i genitori fossilizzati di 70. Con il collega di ufficio come con il compare di merende o l’avventore occasionale. Tutti i giorni e ovunque in un inesorabile spazio-tempo einsteiniano.

Proviamoci, magari funziona.

Buona settima!

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