Editoriale – 14 giugno – Eugenio Mirti

Ricordo che una volta, quando ero capo scout, assistetti a una predica del parrocco tenuta nel periodo dell’annuale marcia della Pace. Era un’edizione della marcia molto significativa, perchè si era nel pieno dell’invasione dell’Iraq, e il tema era davvero scottante.

Il parroco era un poveretto (ci sono parroci molto bravi e ammirevoli, a volte: in questo caso, no), e la sua posizione era sintetizzabile in: in India muoiono di fame, mica hanno tempo per stronzate tipo le marce della Pace.

Naturalmente ognuno si tiene le sue opinioni, motivate o meno (sempre meglio il primo caso a parer mio), ma a me ha sempre fatto ridere (e ancora adesso mi procura un amaro sorriso) pensare che questo prelato non solo probabilmente avrebbe dovuto fare altro nella vita (sicuramente non predicare da un pulpito), ma dimostrava  anche  una ignoranza abissale, essendo le marce della Pace di fatto una “invenzione” di Gandhi poi sviluppata appieno da Martin Luther King.

Questa lunga introduzione mi serve per segnalare un disagio che mi assale fortissimo di questi tempi. Provo a spiegarmi.

Immaginiamo una persona che si dice per la Pace e quindi non troppo favorevole all’acquisto di 100 aerei da caccia che costano tantissimi soldi, e io di conseguenza ammiro costui o costei. Allo stesso tempo però nel dibattito politico (o di qualsiasi altra matrice) o in qualsiasi attività dell’umana convivenza ello/ella smette  di essere per la Pace e diventa di una violenza bestiale: che so, chiama i suoi avversari con epiteti vari, minaccia tutto e tutti, alza la voce, prevarica chi è meno forte e sicuro, ecc. ecc. in un inarrestabile (e mi pare  oramai diffusissimo) crescendo di violenza verbale .

Ecco, a forza di subire testimonianze come questa  sono  giunto alla conclusione che forse è vero che “la rivoluzione non è un pranzo di gala” (come diceva Mao, e come sempre gli preferisco mille volte San Francesco, Gandhi, MLK o chiunque altro!) ma io non mi fido più di chi urla, insulta, disprezza gli avversari, in sintesi di chi si dedica alla causa della Pace con una violenza (verbale, ma non è meno violenza) che è esattamente uguale a quella di chi dovrebbe combattere.

Non c’è differenza alcuna, dal mio punto di vista, e mi sento truffato ogni volta. Con calma risolutezza, indigniamoci e  diciamo a bassa voce: non è così che si costruisce la Pace.

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