Oldies But Goldies: LED ZEPPELIN/HOUSES OF THE HOLY (1973) – EUGENIO MIRTI

Quando comunico ai miei amici Zeppelininani Doc che il mio disco preferito della Band è “Houses Of The Holy” rimangono sempre un po’ disorientati; dopo un “ah” poco estatico, iniziano a scuotere lentamente la testa e di solito partono a dirmi: “Ma e il primo?” “Ma Presence?”  “Ma e Immigrant Song?” “Ma e Four Sticks?!” Ma qui e ma là!

Insomma, scatta quella solidarietà umana (di solito così rara!) tale per cui costori devono convincermi che il loro album preferito deve assolutamente diventare anche il mio se no non riusciranno più a prendere sonno per i prossimi tre lustri. Invece io rimango dell’opinione che i gusti sono personali e  sono felice di condividere le gioie degli altri ricambiando con le mie, senza che questi missionari debbano sentire come vocazione quella di graffettarmi le palle con le loro certezze granitiche!

Detto questo, “Houses Of The Holy” è un disco gagliardo, che a mio avviso è particolarmente gustoso per il sound generale (la produzione di Page era avanti anni luce rispetto ai suoi coevi), la presenza di canzoni particolarmente ben riuscite (Over The Hills And Far Away, The Song remains The Same, The Ocean…) e un paio di omaggi inaspettati: “The Crunge” che esplora i territori cari a James Brown e D’Yer MaK’er (un divertente gioco di parole che lega l’assonanza in inglese tra “Giamaica” e “te la sei fatta”) che è un misto di reggae e Doo Woop. Una bomba assoluta nel pianeta discografico del 1973, che bene spiega la grande varietà sonora della band ed è imperdibile!

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