Musica italiana: istruzioni per l’uso – Watt 4tet – Alessandra Soro

Ho avuto l’onore e il piacere di intervistare quattro giovani  jazzisti che, detto con le parole di Paolo Franciscone  (il batterista del quartetto), hanno bisogno di prendere un bel “respiro culturale” dall’ambiente italiano musicale. Nonostante l’aria manchi ovunque, si incontrano sempre musicisti con la passione nel sangue, che non abbandonerebbero ciò che fanno per nessun motivo. E’ questo il caso del Watt 4tet (Erika Sollo: voce, Marco Morra: pianoforte, Michele Anelli: contrabbasso, Paolo Franciscone: batteria), che il 10 maggio ha suonato alla rassegna “In contemporanea Da Giau”, proponendo i brani del loro prossimo cd che sarà inciso a Luglio.

1) Chi è stato l’iniziatore del progetto?

Michele:  Si può dire che il Watt 4tet sia nato per caso. Tre anni fa avevo in programma una data per cui avevo bisogno di una formazione standard; conoscevo Erika e Marco, loro invece si sono conosciuti lì. Ci siamo trovati, e dopo un periodo con un altro batterista si è finalmente aggiunto Paolo.

2) Il vostro è un genere particolare, non si può definire ambient perchè gli strati sonori sono in continuo cambiamento. A questo proposito è curiosa anche la decisione di riproporre un pezzo dei King Crimson apparentemente distante da voi. Come curate il repertorio?

Marco: Sono il più indicato a rispondere dato che scrivo i nostri pezzi. In realtà tutto parte da una mia prima stesura ben strutturata, che in sala prove viene costantemente scomposta a creare quest’effetto sfaccettato. Personalmente sono un amante del rock progressivo, ma la nostra fortuna è stata fin dal principio quella di avere gusti musicali molto simili e molto diversi, e dato che siamo un quartetto di menti aperte a qualsiasi nuova proposta la nostra intesa musicale è stata ciò che ci ha permesso di mischiare tutto organicamente.

3) Cosa rende il vostro quartetto unico?

Erika: Una grossa componente è di sicuro l’improvvisazione; sotto questo punto di vista dobbiamo crescere ancora molto, come sotto tanti altri aspetti, ma ci muoviamo in questa direzione.

Michele: Abbiamo molta personalità, molta umanità, e le lasciamo trasparire sinceramente dai nostri pezzi. E la personalità non sarebbe tale se non ci fosse interplay reciproco, se non ci si prestasse orecchio a vicenda. Pare una banalità, ma è una caratteristica che manca spesso ed è una delle cause principali di un mancato successo.

Paolo: Concordo con Michele. E’ necessario che tutti abbiano qualcosa da condividere e la voglia di dar retta alla linea d’influenza degli altri componenti; personalmente credo che sia la cosa più jazz che ci sia, e a noi non manca.

4) Quali sono in vostra opinione le difficoltà più tangibili nel panorama musicale torinese?

Paolo: Il problema è trovarlo, il panorama. Ci troviamo in una sorta di terzo mondo culturale: è vero, capita di girare, guadagnare qualche data, ma non c’è una scena concreta. C’è solo un manipolo di “pazzi furiosi”. Quello che facciamo – e come noi numerosi altri gruppi- è considerato pressocchè inutile; ed il problema non è solo nostro. I piccoli eventi non hanno abbastanza visibilità, a causa anche di una serie di svariate problematiche come può essere la SIAE che sicuramente rema contro,  e i grandi eventi sono gestiti dalle tipiche dinamiche italiane che tutti noi ben conosciamo.
Siamo le cinture nere del precariato, se mi passate il termine; e nonostante possa sembrare non sono un inguaribile pessimista, anzi, sono e siamo fin troppo ottimisti perchè qualsiasi cosa accada intorno a noi, rimaniamo in piedi e continuiamo a fare ciò che ci appassiona.

Erika: C’è da aggiungersi anche la problematica del genere musicale ‘out’. Sia gli organizzatori dele serate sia il pubblico mirano ad un genere totalmente diverso, più commerciale, più appetibile, meno impegnato.

5) Cosa vi sentireste di dire ai giovani musicisti che si prospettano un futuro di questo tipo?

Paolo: E’ già difficile rispondere a me stesso, figuriamoci dare speranze ai giovani. Ho dato molte lezioni di storia del Jazz e del Rock , e l’unico consiglio che mi sono sempre sentito di dare è di credere talmente tanto nel proprio desiderio da portarlo avanti, coltivare un progetto che prima di tutto dev’essere interiore, e che è necessario che passi sinceramente dall’artista a chi lo ascolta.

Michele: Fortunatamente non tutti i giovani, ma molti mancano di un elemento fondamentale che è la curiosità. Vivono la musica in modo passivo, accontentandosi di ciò che la televisione e la radio propinano. In questa direzione la musica perde di significato, è necessario educarsi a vicenda in questo senso se si vuole che sopravviva.

Advertisements